Memorie di un Primo Ministro

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Sugli stalli che dal cantiere si elevano fino allo svincolo di Tor di Valle, tra meno di tre anni, campeggerà un manifesto con lo slogan: Ritorno al futuro.
Il cantiere è chiuso, ma dalla strada si vede bene, sopra la scritta, la foto di un uomo in camicia bianca che sorride e guarda un orizzonte lontano, alle spalle di chi osserva.
«Quello è un altro stronzo» dice il ragazzo con la chitarra. Se ne sta seduto su una fila di travicelli di cemento ammassati lungo la rete perimetrale del cantiere. Ha una chitarra appoggiata sulle gambe e si strofina le mani con dei guanti di lana tagliati alle dita. L’indice è monco di una falange. É una ferita giovane, dove la carne si è ricomposta formando certe protuberanze scure e turgide.
«É sbagliata pure l’immagine, lo vedi? Chi sta in camicia a febbraio? Sembra che ci prenda per il culo.»
Sta parlando a voce alta, per farsi sentire dalle persone raccolte attorno al fuoco alimentato dentro un bidone di metallo, a pochi metri di distanza.
Gli risponde un uomo tarchiato, mentre butta nel bidone due pezzi di legno ricavati da una cassetta della frutta. «É proprio quello il senso, scemo, De Nigris guarda al futuro, e il futuro è tiepido e pieno di luce.»
«Come no, pieno di luce e di sonde anali pronte al decollo per gente come te, che ancora credi a queste stronzate.»
«Il fatto che le capisco non vuol dire che ci credo, e il fatto che tu non capisci niente non significa che non ci caschi.»
Quattro persone stanno ad ascoltare. Un uomo è seduto vicino a quello con la chitarra, sui travicelli. Ha una folta barba brizzolata e gli occhi sprofondati in due cavità oscure, indossa un cappello a falda larga e un lungo cappotto grigio. Tiene in mano un quaderno con la copertina rigida. Vicino al bidone e all’uomo tarchiato c’è una donna infagottata, con il volto raccolto da un fazzoletto e dal cappuccio di una mantella. Ha i lineamenti tonici e inespressivi delle donne dell’est. Poco più in là, proprio sotto agli stalli elettorali, si sono sistemati un uomo stempiato e una ragazza che maneggia un cellulare. La ragazza solleva lo sguardo verso il manifesto sopra la sua testa e commenta: «Per me era meglio quello di prima.»
L’uomo tarchiato ride sfoggiando una fila completa di denti marci. «Hai sentito Ditino? A lei piaceva Ricchetti!». Il ragazzo con la chitarra lo guarda torvo, poi si rivolge alla ragazza: «Voi siete arrivati oggi vero?»
L’uomo stempiato si volta di scatto verso la ragazza, ma lei risponde subito: «Si, eravamo a Tiburtina.»
«Dove hanno fatto la retata?» chiede l’uomo tarchiato, e la ragazza annuisce.
«Perchè non venite a scaldarvi?» li invita, poi estrae una bottiglia dall’interno del cappotto e la solleva verso la ragazza. «Ce n’è un sorso anche per voi.»
L’uomo stempiato accenna un «No, grazie…», ma la ragazza si è già alzata e si incammina. Lui le afferra un braccio: «Vanessa che fai?»
«Ma per favore papà, qui sotto si congela!» La ragazza beve un sorso dalla bottiglia e la porge al padre, che si avvicina dietro di lei.
L’uomo tarchiato allunga una mano: «Salute gente, mi chiamo Sauro, e voi?»
«Io sono Vanessa e lui si chiama Ildo, è mio padre.»
«Ciao Ildo, questa è Kati, la mia signora, e quelli là sono Lorenzo, detto Ditino, e lo Scrittore, detto lo Scrittore.»
Si stringono la mano, poi Sauro recupera la bottiglia e prosegue: «Non avete niente da temere da noi, siamo disgraziati come voi. Siete arrivati da Tiburtina hai detto, è vero che lì è venuto l’Ispettorato?»
La ragazza annuisce stringendo le labbra.
«Eravate in tanti?»
Vanessa e il padre si guardano negli occhi, questa volta è Ildo a rispondere: «Almeno una quindicina. Li hanno presi quasi tutti, noi siamo riusciti a fuggire saltando su un treno in partenza, poi siamo scesi e ce la siamo fatta a piedi fin qua, non so che fine abbiano fatto gli altri.»
«Lo so io che fine hanno fatto» interviene Ditino. «Volontariato forzato, e dei peggiori. Li mandano a fare quello che fa schifo a tutti, come pulire i cessi o…» ci pensa. « O pulire i cessi. É vero che quelli dell’Ispettorato ora sono armati?»
Vanessa e Ildo annuiscono.
«Che stronzi, fino a due anni fa mettevano timbri e facevano multe, e adesso sembrano delle cazzo di SS. Qua state al sicuro, l’Ispettorato del Lavoro non si azzarda a venire.»
«Quanti siete?» chiede la ragazza. Questa volta risponde Sauro. «E chi lo sa, più o meno un centinaio, qualcuno va e qualcuno viene ogni giorno. Abbiamo cominciato a ritrovarci dopo le prime retate. Qui possiamo controllare le vie di accesso e il posto non manca, quando piove ci chiudiamo nelle baracche.»
«Che farete quando riprenderanno i lavori?» chiede Ildo.
«I lavori? Stai scherzando?» Sauro ride ancora in quel modo fragoroso. «I lavori non riprenderanno mai, questo cantiere è nato per accontentare un po’ di gente, ma avevano i soldi giusto per bucare qua e là. Per come si sono messe le cose credo che nessuno abbia voglia di rimetterci le mani, almeno non nei prossimi dieci anni.»
Scola un abbondante sorsata di liquore, poi passa la bottiglia alla donna e riprende a interrogare. «Insomma, com’è che siete finiti qui?»
«Te l’ho detto» risponde Ildo, «da Tiburtina…»
«Ma no» lo interrompe Sauro, «intendo com’è che siete finiti sulla strada, siete disoccupati o cosa?»
«Contestatori» risponde Ildo. Sauro ride di nuovo.
«Avete sentito ragazzi? Altri eroi della patria, tutti contestatori ultimamente. Anche Ditino era un contestatore, vero Lorenzo? Perché non gli racconti come ti sono andate le cose?»
Lorenzo si sforzava di suonare la chitarra usando il moncherino dell’indice. «Sauro ha ragione, anche io dicevo di essere un contestatore, ma non è vero. Facevo l’agente per una ditta di illuminazione. Ero bravo. E poi mi hanno inculato con la quota di disoccupazione sostenibile. Ecco la bella trovata del tuo caro Ricchetti» dice facendo un cenno col mento verso la ragazza. «Quello stronzo mi ha inculato fissando la quota di disoccupazione al quattro per cento. Il direttore ha colto la palla al balzo, ha fatto fuori tutti gli agenti che costavano di più, per far posto ai volontari nuovi. Altro che casuale, è stato un licenziamento pilotato e nessuno ha mosso un dito per noi. Io non sono stato con le mani in mano, ho continuato a lavorare da solo, con la partita iva, ma non sono durato molto. Non per il fatturato, voglio dire, il fatturato c’era, ma non bastava per ripagare il gioco.»
Lorenzo parla guardando nel foro della chitarra. «Mi piaceva giocare a poker, e avevo perso molto quando mi hanno licenziato. Avevo lasciato la casa per non farmi trovare, poi non ho più pagato l’affitto e non sono potuto rientrare. Me ne stavo rintanato da solo, come facevate voi immagino. Ma io non lo facevo per paura dell’Ispettorato, io sono licenziato in piena regola, ho diritto ai mesi di disoccupazione prima del volontariato obbligatorio. Io mi nascondevo da quegli stronzi che rivolevano i soldi.» Solleva la mano mutilata. «Alla fine mi hanno trovato, e si sono presi un bell’anticipo. Adesso non esco mai da qui, nella comunità si sta al sicuro, nessuno verrà a rompere qui, sanno che scoppierebbe una guerra. Siamo in tanti.»
«Quindi non sei sulla strada da molto tempo» chiede Vanessa.
«No, ci sono da qualche mese. Quasi tutti sono finiti qui in meno di un anno. Ci sono agenti, come me, ma anche ingegneri, impiegati. C’è anche qualche dottore. Sono tutti finiti sulla strada in meno di un anno. Tutti a parte Sauro e Kati, loro sono qui da… Da sempre?»
Sauro solleva la bottiglia verso Ditino che prosegue.
«Io vendevo illuminazione in tutto il centro Italia, Illuminazione tecnica, roba per grandi cantieri, ero bravo. A me non fregava niente della riforma del lavoro. Io il lavoro ce l’avevo, e avevo anche abbastanza soldi per ripagare quello che perdevo a poker. Giocavo parecchio. Poi i sindacati si sono messi a rompere con il “diritto alla disoccupazione”, ma ti rendi conto? Diritto alla disoccupazione, ma che cazzo vuol dire? E quello stronzo di Ricchetti si è inventato la “disoccupazione sostenibile”. Ha dato la scusa buona al direttore per mettermi a casa. Io e tutti gli altri agenti storici. Costavamo di più. Certamente costavamo più dei volontari. Ma non sono stato a lamentarmi, ho aperto una partita iva e ci ho dato dentro più di prima, ma per farsi un giro buono ci vuole tempo, e quelli del poker non avevano molta pazienza. Non avevo più nemmeno i soldi per la benzina, Appena mi entrava qualche credito quelli venivano e si prendevano tutto. Ho lasciato la casa quando non ho più avuto i soldi per l’affitto. Prima stavo in macchina, poi ho dovuto lasciare anche quella. Quando Sauro mi ha trovato ero in questo stato» mostra il dito mozzato, «con un dito strappato e senza più nemmeno una coperta. L’inverno è stato gentile con noi, ma a dicembre faceva comunque un freddo cane. É vero Scrittore?»
Ditino riprende a suonare la chitarra mentre parla.
«Anche lui è qui da poco, ma è un contestatore vero!»
«É vero» conferma Sauro. «Lui ha rinunciato all’ozio e ha scelto la strada, è vero Scrittore?»
L’uomo col quaderno annuisce senza aprire bocca.
«Lui non parla volentieri, ma avrebbe potuto dichiarare il patrimonio di famiglia e starsene a casa, lo avrebbero certamente messo in stato di ozio e lui si sarebbe potuto dedicare ai suoi libri. E invece no, lui dice che tutti devono farsi valere e scegliere una strada. Lui ha scelto questa. Lo vedi che bel cappotto che ha? Chi sa quanto costa quella roba.»
«Ho fatto il volontario per tre settimane» interviene lo Scrittore, «ma non mi volevano. Io volevo fare la mia parte e non me lo hanno permesso.» Poi abbassa lo sguardo.
«E voi?» chiede Sauro. «Siete sempre contestatori? O siete poveri cristi come noi?»
Ildo si scalda le mani vicino al fuoco e comincia a parlare senza distogliere gli occhi dalla fiamma: «Io lavoravo per un’agenzia interinale, ero direttore di una sede, qui a Roma. Le cose andavano già piuttosto male quando in Italia avevamo la disoccupazione al quindici percento. Sono stati anni a dirci che il lavoro non si crea per decreto legge e invece se ne esce questo Ricchetti e in due mesi, con un decreto, mette al bando la disoccupazione. Vi ricordate cosa dicevano tutti? Il decreto Fonda Italia lo chiamavano, sembrava fosse arrivato il messia! E invece era l’inizio del disastro. Cos’era, due anni fa?»
«Un anno e mezzo, era settembre» interviene la figlia.
«Già, nemmeno due anni fa. In agenzia ci siamo dovuti riqualificare nel giro di pochi mesi. Non si poteva più nemmeno parlare di disoccupazione, ora si parla di “quota volontari”. Con l’istituzione del volontariato obbligatorio per tutti gli inoccupati le assunzioni sono andate a zero e noi ci siamo trasformati in agenzia di smistamento volontari. Ogni mese usciva un decreto attuativo e le cose si complicavano per tutti. A gennaio imposero anche ai privati di inserire i volontari, quindi ho sfruttato l’occasione per far entrare mia figlia in agenzia, come volontaria.»
«Wow, che occasione!» commenta Vanessa maneggiando il cellulare.
«Preferivi quella cooperativa dei tossici?»
«Certo che la preferivo, magari a quest’ora sarei ancora lì, ma “l’Azienda è una grande opportunità”, “l’Azienda insegna”, “l’Azienda pretende”. L’azienda ti sbatte in mezzo alla strada, ecco cosa fa “l’Azienda”.»
«Ci ha dato da mangiare per venti anni Vanessa.»
«Si, e poi ce lo ha tolto.»
Ildo guarda le persone intorno, nessuno ricambia. Riprende a parlare a Vanessa, guardando altrove. «Un bravo imprenditore sfrutta le opportunità che offre il sistema, se una regola è sbagliata non se ne può fare una colpa a chi quella regola la sfrutta.»
«Ma ti senti?» replica Vanessa richiamando il suo sguardo. «Siamo in mezzo a una strada e ancora giustifichi quello stronzo del direttore. Ma si, è più facile dare la colpa al Governo, ai politici, o a me, che preferisco la cooperativa sociale all’“Azienda”! Perché non gli racconti cosa è successo prima che arrivassi io? Raccontagli come ti hanno trattato nella grande Azienda!»
«Ti hanno preso come volontario?» chiede Ditino.
Ildo annuisce, Ditino spiega. «Guarda che non è mica così strano, è successo dappertutto. Da quando hanno abolito la disoccupazione le aziende si sono organizzate per sfruttare al massimo il volontariato. Conosco un sacco di persone che sono state costrette ad accettare la stessa mansione come volontari, dopo essere state licenziate. In quel modo l’azienda riduce il costo del personale e sfrutta i sussidi statali. Però va a finire quasi sempre così.»
«Così come?» chiede Vanessa.
«Con gente che lavora sempre peggio e aziende che chiudono.»
«Ma se Ricchetti ti faceva così schifo perché ce l’hai pure con De Nigris? Lui dice di voler rimettere tutto come era prima.»
«Si, lo dice ora, quando ormai siamo in mezzo alla strada. Guardalo quel faccia di merda.» Ditino indica il manifesto. «Mi fanno venire il voltastomaco, ora gliela strappo quella faccia di merda.» E così dicendo posa la chitarra e si incammina verso gli stalli. Sul lato destro sono legati a una rete dove Ditino riesce ad arrampicarsi, poi si allunga fino all’estremità più alta del manifesto, appoggiando la schiena al guardrail. Vanessa si avvicina e con il cellulare lo riprende, Sauro commenta: «Quel ragazzo ha perso il cervello.»
Ditino si allunga e afferra l’angolo destro del manifesto, lo tira e cadendo dalla rete ne strappa una porzione abbondante. Tutti si mettono a ridere mentre lui si rotola a terra dolorante. Sauro non riesce quasi a respirare per le risate. Quando Ditino riesce a sollevare lo sguardo si accorge che sotto al manifesto strappato è riemersa la faccia enorme di Ricchetti, quando prometteva Occupazione per tutti, subito.
Vanessa abbassa il cellulare e si avvicina a Lorenzo. «Stai bene?» Lui si alza e zoppicando si incammina verso i travetti. «No che non sto bene, nessuno sta bene, e quello stronzo mi perseguita!» Vanessa sorride. «Mi sa di si.»
«Dimmi un po’» le chiede Ditino sedendosi, «ma come fai a usare il cellulare? Lo hai rubato a qualcuno?»
«Ma che rubato, lo uso senza credito, mi collego alle reti che trovo in giro.»
Il ragazzo la guarda in silenzio. «Forte, sai che anche io ho il mio vecchio cellulare, se riuscissi a caricarlo potrei fare come te.»
«Certo, adesso per esempio il servizio è gentilmente offerto dal Grand hotel Sheraton! É facilissimo rimediare le password. In un certo senso è come essere in un cinque stelle.» Sorridono mentre Vanessa si siede vicino a lui. Lo Scrittore si è rannicchiato sulla sua coperta, al riparo dalla luce dei lampioni. Per qualche minuto si sentono solo le macchine che passano sulla superstrada e il crepitare del falò.
«A me la cosa del volontariato piaceva» dice Vanessa sottovoce. «Fino a quel momento avevo fatto solo del lavori stagionali, mi piaceva lavorare in comunità, e lo stato mi dava il rimborso. Ma hanno rovinato tutto.»
«Chi ha rovinato tutto?» chiede Lorenzo.
«Tutti» risponde lei. «I sindacati, come dicevi tu, i lavoratori e anche i volontari. Io c’ero a Milano sai? Durante il G20, quando c’erano le contestazioni. Hanno ammazzato quel ragazzo, Francesco Pizzolo, e hanno dato la colpa a quelli del Comitato Nazionale Volontari. Ma non lo hanno ammazzato loro, sono stati i poliziotti, quando hanno evacuato Piazza della Repubblica.»
«Si, dicono di tutto sul Pizzolo.»
«Dicono di tutto, ma la verità è questa, c’è un video che gira e che non trovi sulla rete, perché lo hanno oscurato. Guarda, ce l’ho qui, si vede benissimo che lo hanno calpestato durante la carica, altro che pressione della folla!»
Ditino guarda il display del cellulare insieme a Vanessa.
«Ci sono state un sacco di aggressioni da allora» commenta, «e sono sempre di più le persone ridotte come noi. Di questo passo scoppierà una guerra civile.» poi solleva di nuovo lo sguardo verso i manifesti. «Che fine avrà fatto quello stronzo?»
«Ricchetti?»
«Già, è sparito. Quando è caduto il governo lo hanno fatto fuori anche dal partito. Dicono che si sia presentato agli uffici di smistamento volontari, te lo immagini?» La ragazza sorride e appoggia la testa alla spalla di Lorenzo. Ancora lo scoppiettare del fuoco. Ancora il rumore delle macchine.
Vanessa solleva la testa con uno scatto. «Non ci posso credere.» Sgrana gli occhi fissando i manifesti sovrapposti. «Cosa?» chiede Lorenzo. Anche gli altri attorno al bidone si sono girati. Vanessa riprende il cellulare e si avvicina agli stalli, poi si guarda intorno. Vede lo Scrittore disteso sotto al cavalcavia e si avvicina rapidamente, Lorenzo la segue. Lo Scrittore sta dormendo, con il quaderno stretto al petto. Vanessa avvicina il telefono alla sua faccia. Sullo schermo del telefono c’è una foto dell’ex Primo Ministro Ricchetti. «Cazzo, è lui» sussurra.
Lorenzo stringe gli occhi, guarda la foto sullo schermo e guarda il viso dello Scrittore. Logoro, sporco e coperto di barba. «É lui!» grida.
Lo Scrittore apre gli occhi e si guarda intorno, mentre Sauro, Kati, Ildo e altri barboni si avvicinano. Ditino lo afferra per il cappotto e gli grida in faccia. «Sei tu stronzo?»
L’uomo resta in silenzio.
«Chi è?» chiede qualcuno da dietro.
«É quello stronzo di Ricchetti cazzo, se ne sta qui a fare il poeta dopo che ci ha affogati tutti nella merda!»
L’uomo si tira indietro e cerca di alzarsi, ma decine di persone gli sono addosso. Fa uno scatto in avanti e spintona un paio di persone per aprirsi un varco, ma fa appena qualche passo e qualcuno gli afferra le gambe. Sbatte la testa al centro del piazzale, il quaderno scivola un metro più avanti e lui si allunga per afferrarlo, ma qualcun altro lo calcia più lontano. Si volta parandosi il volto. «Volevo risolvere i problemi veri della gente» grida, e il primo calcio lo raggiunge allo stomaco. Porta le mani alla pancia e vede Vanessa con il cellulare che riprende la scena. Altre grida, altri calci. Qualcuno raccoglie il quaderno. Alza un’ultima volta lo sguardo verso la sua faccia sul manifesto.
Grande, sorridente e sfregiata.

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