Quaterna con tre numeri

sguardo

Nei cinque giorni di ricovero per appendice infiammata il fastidio più grande non sono stati i dolori alla pancia, le gelide ecografie o le flebo. Non è stata nemmeno l’anestesia, quando poi mi hanno operato, o la dieta stretta di semolino e patate, i prelievi e le medicazioni. Non è stato nemmeno l’attimo in cui il chirurgo mi ha sfilato il drenaggio dalle budella, alla fine del ricovero.
Il fastidio più grande è stato Gennaro Vitiello.

Le cose sono andate così: venerdì pomeriggio, guidando verso casa, il dolore alla pancia si era fatto insopportabile, così ho deviato per il pronto soccorso, dove una gentile infermiera mi ha subito somministrato una flebo di antidolorifico. Poi il susseguirsi di visite, attese, prelievi e nuove attese, fin quando non mi hanno portato in reparto chirurgia. Mi sentivo come Charlie in Pomi d’ottone e manici di scopa, disteso su un lettino fluttuante tra i corridoi silenziosi e tutti uguali. Ormai era notte. Le stanze della corsia erano piene di vecchi indistinguibili nel dolore. Mi hanno sistemato nella stanza 24, letto 50. Entrando ho intravisto il vecchio del letto 49, triste e dolorante come tutti gli altri. Il mio lato era quello fortunato perché avevo la finestra a sinistra e a destra una tendina cianotica che mi separava dal letto del vicino.
Le attività di corsia cominciavano alle sei del mattino. Ogni operatore che entrava in stanza si rivolgeva prima al mio compagno di stanza: «Vitiello, come sta oggi?»

Gennaro Vitiello era un cliente abituale e gli infermieri lo amavano e lo odiavano in egual misura. Non capivo quasi niente di quello che diceva e dubitavo perfino che dicesse qualcosa. Emetteva dei grugniti ai quali gli operatori sapevano comunque rispondere. Grugniva in napoletano, il Vitiello. Lo si capiva bene quando restava solo e si lanciava in una litania di “maronna mia”, e “mamma mia”, e “maronna sandissima che dolore”. Non ho mai capito se una madre l’avesse davvero, ancora viva, o se chiamasse così la moglie. Fatto sta che solo in presenza della donna che chiamava mamma il Vitiello interrompeva la sceneggiata.

Poi arrivava il ragazzo della televisione, per attivarla si doveva pagare una quota giornaliera. Io non l’attivavo mai, il Vitiello sempre. L’accendeva e poi si addormentava, lasciando scorrere infinite repliche degli stessi programmi, sovrastati dai suoi “maronna sandissima”, che non interrompeva nemmeno nel sonno.
Soffriva, questo era certo, chi non soffriva la dentro? I medici che si sforzavano di tradurre le sue sceneggiate parlavano di dolore al piede e di fistola anale. A volte però il Vitiello rifiutava gli antidolorifici, e poi ricominciava a lamentarsi.

Se qualcuno veniva a farmi visita – lo capivo dal raccapriccio nei loro volti – lui si faceva trovare con le coperte arrotolate ai piedi del letto e le avvizzite pudenda esposte al pubblico disgusto.

Durante la notte mi svegliava ogni trenta minuti con dei rumori sinistri.
Quella volta avevo sentito un rintocco metallico, poi un fruscio e qualcosa che traballava. Sulla tendina cianotica del separè si stagliava un’ombra dai contorni irregolari, come il dorso peloso di un animale ferito.
«Gennaro, cosa sta facendo?» ho azzardato. Con la mia voce avevo avvertito il mostro, vedevo il profilo nell’ombra che si volgeva e cresceva sulla tenda. Tre dita grasse e grigie ghermivano il separè, con enormi unghie gialle. Poi uno strattone e un tonfo, l’asta della flebo che sbatteva sul pavimento e la sacca che rotolava come un gavettone inesploso.
Gennaro Vitiello giaceva tra i due letti, seduto sul pavimento. Intravedevo la sua faccia enorme e grigia, grande almeno quanto il resto del corpo ripiegato.
Avevo già premuto più volte il segnale per chiamare gli infermieri, ma prima che arrivassero il mostro ha fatto in tempo a dirmi: «nun chiamàr, ramm na’ mano tu.»
E poi: «i sigarett.»

La stanza si è presto riempita di persone, il letto e il pavimento erano sporchi di sangue e merda. La stessa che gli usciva dietro quando lo hanno sollevato per rimetterlo sul materasso.
Gennaro Vitiello, che si lagnava per sollevare un braccio, aveva scavalcato le sbarre e si era alzato in cerca di sigarette. Un’operatrice intenta a pulire cercava di sdrammatizzare.
«Gennaro, che numero è la caduta?»
«O’ cinquantasei.»
Tutti ridevano, anche le giovani tirocinanti inorridite da quello spettacolo.
«Bravo Gennaro» insisteva l’infermiera, «dammi i numeri così li gioco.»
«A caruta è o’ cinquantasei, poi ci sta o’ settantasett, o’ spitale.»
«E il terzo? C’è il numero del malato?»
«Ci sta o’ sessant, l’’uomm ca’ se lamenta»
Tutti ridevano ancora.
«È perfetto Gennaro, quello siete proprio voi» incalzava l’infermiera, «domani li gioco e facciamo terna sicura.»
«Ci piazziamm pure a’ quaterna.»
«E come facciamo Gennaro?»
«Piazziamm a’ caruta, poi o’ settantasett e o’ sessant.»
«Ho capito, ma come facciamo a fare quaterna con tre numeri Gennaro?»
Ma Gennaro quasi dormiva, con il calmante che gli avevano iniettato.
«Piaziamm tre numeri… o settantasett…»

Mentre aspettavo di essere dimesso leggevo giornali e soffrivo per i mali della terra. Ho ricevuto alcune telefonate e non mi sono accorto subito che al di là della tendina era seduta una dottoressa. Parlava a Gennaro in un registro positivo e limpido. Lui era seduto sulla poltrona, perché aveva forato il materasso e ne stavano gonfiando uno nuovo.
La dottoressa lo ha interrogato sulle sue condizioni e Gennaro ha risposto con un’inedita assennatezza. Non capivo le parole, ma coglievo il tono razionale e lo sforzo comunicativo del discorso. Il problema fondamentale era la gamba malata, e l’altra che non bastava a sostenerlo. La dottoressa gli ha illustrato due possibilità per la lungodegenza. Gennaro avrebbe potuto farsi trasferire in un’altra struttura – la struttura gestita da quella dottoressa – per altri venti giorni, durante i quali avrebbe ricevuto l’assistenza necessaria, oppure sarebbe potuto tornare a casa, e un’operatrice sarebbe andata presso la sua residenza tre volte a settimana, per la pulizia e le medicazioni essenziali.
La risposta di Gennaro è stata molto lunga e in gran parte non sono riuscito a coglierla, non per il frapporsi della tendina, per il dialetto o per il suo abituale essere scorbutico. Raccontava le sue vicissitudini sanitarie, la prima operazione al colon per “questo tumore”, che era stato tolto, che dopo l’operazione non puoi mangiare “a pasta”, che poi c’erano state complicazioni vascolari, con l’ostruzione arteriosa e la fistola.
La dottoressa, che capiva l’anima di quel discorso perché era l’anima di decine di discorsi, ha suggerito una risposta.
«Gennaro, io credo che lei voglia stare a casa, con i suoi familiari. Non deve pensare al peso dell’assistenza, che dopo venti giorni sarebbe comunque lo stesso.»
Il Vitiello, come parlasse di un’altra persona, ha spiegato: «ra na parte ci sta l’esigenz e sta cu loro, a casa mia, co tutti i ccose mie, ma dall’altr c’è l’esigenz e’ nun pesare.»
Ha respirato qualche secondo e poi ha ripreso il racconto: «pure o’ dottor Ferrari lo aveva spiegat bbene ca c’era o’ novant ppe cento e’ possibilità e’ morire, e ca’ poteva sceglier si rischiar l’operaziun o tenere i gamb accussi, monco.»
Il Vitiello piangeva.
«E avimm scelto de nun operà.»
La dottoressa è rimasta in silenzio qualche minuto, e poi: «Gennaro, non deve dirmelo ora, ha un paio di giorni per parlarne e pensarci. Facciamo così?»
Nel silenzio Gennaro stava sicuramente annuendo.

Un’ora più tardi sono arrivati i documenti delle mie dimissioni, ho salutato Gennaro e me ne sono andato.

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