Ecdisi

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Per tutto il giorno Attilio Zerbinati si era stuzzicato la pellicina sul pollice destro. Era un brandello secco, duro e pungente, che non riusciva a ignorare. Quando aveva provato a sollevarla la screpolatura si era allargata attorno all’unghia, allora Attilio si era sforzato di ignorare quel fastidio per evitare di aggravarlo ulteriormente.

Una volta rientrato a casa, mentre già la moglie e la figlia dormivano, Attilio era andato in bagno, aveva aperto l’acqua nella doccia e si era spogliato, aveva appeso la giacca e aveva lasciato cadere a terra ogni altro indumento. Si era seduto sul bordo della vasca e aveva afferrato la pellicina tra il pollice e l’indice per sollevarla con cautela. Sentiva il velo sottile e asciutto staccarsi da una grande porzione di falange. Decise di assecondarne il distacco, come lo strato di pelle morta dopo un’insolazione. Ma era novembre, e Attilio non passava una giornata all’aperto da più di un mese.
Poteva vedere le striature delle impronte digitali del pollice sulla membrana sollevata, che ruotava attorno al dito e si allargava alla sua base. Non sentiva alcun dolore, solo un solletico leggero. Si fermò quando raggiunse la base del pollice. Temeva che la pelle si sarebbe strappata, lasciando nuovi fastidiosi brandelli. Valutò se fosse opportuno staccare quella parte, ma la tentazione di verificare fin dove la pelle avrebbe tenuto era troppo forte. Il distacco raggiunse il dorso dove lo strato sollevato resisteva anche alla permanenza dei peli, che lasciavano sul derma un reticolo di piccoli buchi. Lungo le altre dita la pelle si era aperta su un lato, come una cerniera che permettesse all’involucro di sfilarsi completamente.
Attilio vedeva nello specchio il guanto pallido che pendeva dal polso. Lo prese con la mano sinistra e proseguì srotolando la membrana dall’avambraccio, dove i peli lasciavano una foratura più fitta e sottile. Quando raggiunse il gomito si sentì solleticare da uno strappo lungo il braccio, fino all’ascella e al busto. Era quel primo strato di cute che si apriva attorno al suo corpo. Una parte, quella davanti, rimase tra le sue mani. Abbandonato ogni indugio Attilio poté sentirne il distacco progressivo dal petto, dal collo e dal viso. Sentiva la membrana srotolarsi dalle volute complesse dei padiglioni auricolari, attorno alle labbra e dalle palpebre. La sfilava dalla testa come una maschera, punteggiata dai fori della barba e dei capelli rasati.
Tutto lo strato posteriore, dalle spalle fino alle caviglie, si era afflosciato ai piedi. Attilio si era sfilato la pelle dall’altra mano e aveva percepito una sensazione di pericolo controllato quando aveva tirato via la pelle dallo scroto rugoso e dal pene. L’impronta del suo corpo era rimasta attaccata in un unico pezzo, e quell’unico pezzo era attaccato al corpo nella pianta dei piedi, come una calzamaglia che chiunque avrebbe potuto indossare.

Pochi mesi prima, in occasione di una trasferta di lavoro, Attilio aveva visitato il museo Rodin di Parigi, dove un video illustrava la tecnica scultorea della “cera persa”. L’artista produce un esemplare in terracotta, l’anima, sul quale modella la cera in uno strato sottile. Su quella si dispone un ulteriore strato di creta, la tonaca. Cuocendo il tutto la cera si scioglie e lascia la fessura nella quale potrà colare il bronzo.
Guardando la pelle afflosciata ai suoi piedi Attilio ricordò la tonaca di creta che veniva poi aperta per rivelare il bronzo. Poi pensò all’anima di terracotta, creata invece per lasciare un vuoto.
Sollevò la sua pelle, la appese accanto alla giacca e si mise sotto la doccia. Raggiunse la moglie a letto e pensò di raccontarle quella stranezza, ma lei dormiva in un modo che presagiva delusione, qualunque cosa le avesse annunciato.
Si distese sul lato destro del letto (ricordava di dover dormire di fianco per evitare di russare troppo rumorosamente), si addormentò in pochi minuti e sognò inutilmente.

Attilio Zerbinati, aprendo gli occhi al mattino, vide la fessura incandescente della finestra e il profilo della moglie. Percorse con la mano il promontorio del suo fianco lunare. Lei respinse la sua erezione come il primo di tanti fastidi della giornata. Rotolò tra le sue braccia mentre Attilio cercava di ricordare qualcosa che avrebbe voluto raccontarle.

Radio, stufetta elettrica e macchina del caffè: il risveglio era una sinfonia elettrodomestica.
Attilio era tornato in bagno ma all’appendiabiti non era rimasto niente. Un mucchietto di polvere bianca si era depositata sul pavimento.
Bevve il caffè macchiato con un goccio di latte mentre sua moglie svegliava la bambina. Mise la cravatta e la giacca, salutò la bambina chiedendole di lasciargli un bacio di riserva nella mano, perché così ricordava di fare ogni giorno.
Attilio odiava il freddo, specialmente al mattino. O meglio, ricordava di odiarlo, per questo mise i guanti e il cappello.
Quando si avvicinò alla porta per uscire si vide riflesso nel piccolo specchio con la cornice di legno dove si leggeva dipinta la scritta “you are just perfect”. In quel momento capì di non sapere chi era.
Attilio ricordava chi era e ricordava tutto quello che faceva, ricordava anche i motivi per i quali faceva quelle cose, o almeno ricordava i motivi per i quali pensava di fare ogni cosa. Ma non lo sapeva.
Era una consapevolezza amara, più vicina a una certezza che a una sensazione.
Attilio Zerbinati ricordava la necessità di portare fuori l’immondizia differenziata, ricordava la strada che avrebbe percorso per raggiungere il suo ufficio, ricordava di lavorare, ricordava di distrarsi dal lavoro, ricordava di gestire le sue passioni, di rispondere alle mail, di flirtare con la collega, di mangiare cous cous a pranzo, di leggere il giornale aspettando il caffè, di ascoltare le proprie emozioni, di lamentare le proprie mediocrità, di perseguire i sogni, di dubitare delle divinità, di temere la morte.
Si riconosceva in quello specchio per la creatura che era, emanata per vivere fino all’ultima battuta consentita.

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