EccoLo

L’intelligenza è amica della scrittura, ma non sempre è amica della narrativa.
Jonathan Safran Foer pecca di intelligenza. Lo fa per 661 pagine, in ognuna delle quali riporta almeno un’informazione illuminante, una suggestione originale o una riflessione sofisticata.

Ho finito di leggere Eccomi di Jonathan Safran Foer e mi sono sentito antisemita. Ma ho bisogno di scrivere qualcosa di più di questa battuta.

Non si resta indenni attraversando le pagine di Eccomi. Eppure questa lettura è stata per me più un dovere che un piacere. Un dovere per l’intelligenza che cola fuori dalle pagine e ti resta appiccicata addosso anche quando chiudi il libro. L’intelligenza è un retaggio che Foer rivendica con un vero e proprio manifesto, in una delle innumerevoli digressioni alla fine del libro, riflettendo sull’impressionante percentuale di ebrei premiati con il Nobel. L’intelligenza è una condanna cui Jonathan (l’autore) e Jacob Bloch (il protagonista della vicenda) non possono sottrarsi, una maledizione che schiaccia ogni cosa: l’entusiasmo di vivere, la paura di morire, il coraggio di combattere, le identità dei personaggi, la genuinità dei sentimenti, la fatalità degli incontri e la voglia di leggere.
Eppure ho continuato a leggere.

L’intelligenza è un mostro bulimico che inghiotte e amalgama ogni cosa. Tutti i personaggi sono geniali, perché tutti i personaggi sono Safran Foer.

Tanti dicono che questo libro parla della crisi di una coppia e della crisi di un mondo. Lo dice Jonathan stesso, ma non è vero. Questo libro parla di Jacob.
L’autore lo dichiara subito (Eccomi), ma lo tiene nascosto per più di 400 pagine, nelle quali si incaponisce in una terza persona che, per rendere giustizia a tutti i personaggi, li rende tutti antipatici. Julia (la moglie) è la conquista incompleta di Jacob, Tamir (il cugino) è l’uva che Jacob non saprebbe essere, Marc (il flirt della moglie) è la sua resa, Sam (il primo figlio) la sua tesi. E così via.
Poi finalmente nella voce diretta di Jacob la narrazione si frammenta e si libera. Sono le 100 pagine durante le quali l’interesse per il destino del personaggio prevale su quello per la tesi dell’autore.
Gli scrittori ebrei intelligenti (e per estensione pregiudiziale gli scrittori ebrei tutti) dovrebbero vietarsi la terza persona. Dovrebbero imbrigliare la propria intelligenza nell’interpretazione castrante di una sola voce.

Questo libro parla di Jacob e per questo parla di ebraismo. Che è il libro, la casa, il ritorno, l’intelligenza, l’ostinazione, l’arroganza e la falsa sufficienza con la quale si osservano i riti. Il senso di colpa di una terza generazione di salvati che si flagella con un’apocalisse impersonale: un terremoto che si abbatte su Israele. Ho trovato questo passaggio fastidioso e artificioso. Per la prima volta ho trovato la tecnica di scrittura inadeguata alla fiction. Ho scoperto l’esistenza di un pane inadatto alla penna (e ai denti) di Safran Foer.
Nessuno è degno di pietà. In questo tratto comune l’intelligenza ebraica mi atterrisce.

Invece di scrivere una storia, Jonathan Safran Foer ha voluto scrivere La storia.
Leggerla mi ha fatto pensare molto alle scelte, agli affetti, alle pulsioni alle paure. Mi ha fatto pensare molto, ma raramente mi ha fatto appassionare alle sorti di Jacob e di Jiulia, di Tamir e di Sam.
Ho letto questo libro compiacendomi per l’aderenza di certe mie buone idee (“non esistono cattive parole, esiste solo un uso inappropriato delle parole”) a quelle dell’autore, illudendomi del fatto che la mia comprensione del genio implicasse qualche forma di genialità e che il mio uso delle parole potesse in qualche modo applicarsi a un uso così sapiente delle parole.

Questo libro non mi ha appassionato, ma ho bisogno di scriverne. Perché Jonathan Safran Foer è uno che tra una cosa meravigliosa e l’altra scrive questa cosa minore:

Non avrebbe potuto farlo senza di lei. Non avrebbe potuto vivere senza di lei senza di lei.
<<Sarà una meraviglia>> disse Julia, come se, continuando a soffiarci il suo ottimismo, il palloncino bucato della felicità di Benjy potesse mantenere la forma.

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