La chiusura del cerchio

cerchio

Comincerei da questa valigia. Da come se ne sta sul letto spalancata e già ricolma di me.
Mi sono chiesta se una sola maglia sarebbe stata sufficiente e ho finito per svuotare il guardaroba estivo. Adesso le mie gonne e le maglie colorano il letto e tutti i mobili della camera. Devo riuscire a chiudere la valigia prima dell’arrivo di Jean. Devo pensare ai documenti. Metto il biglietto aereo nella tasca superiore; 34-A, vicino all’oblò.
Guardo la stanza tagliata dal sole, è come se la vedessi per la prima volta; sembra un quadro di Hopper. Prendo una sigaretta, vorrei mangiarla, invece la accendo e mi siedo sul davanzale; come in un quadro di Hopper.

Tanya si affaccia alla porta della camera slacciandosi il grembiule.
«Sara, ho messo le sue cose sul mobile bianco, ho stirato tutto, vuole che la aiuti con le valige?»
«Grazie Tanya, faccio da sola»
«Allora io andrei, torno mercoledì?»
«Mercoledì»
«Faccia buon viaggio, e cerchi di riposarsi un po’»
Tanya ha finto per tutto il giorno di non notare le telefonate, la sproporzione dei bagagli e i miei occhi lucidi. Si aggirava per la casa a debita distanza e senza fare domande.
É una donna vigorosa e slanciata nonostante l’età, venuta dall’Algeria quando era ancora bambina. Per tutta la vita Tanya si è occupata della famiglia Messellaud. Adesso che è morta anche la signora Vaina, la zia di Jean, la casa rimane vuota per gran parte dell’anno. Taya viene soltanto una volta al mese per rinfrescare le stanze, e con maggior frequenza durante l’estate, quando Jean ama fermasi sempre più a lungo. La chiamano “la casa sul mare”, oppure soltanto La Terazza, come si chiamava quando questo posto era il locale più prestigioso della baia di Marsiglia. Nel 1978 l’edifico prese fuoco, allora La Terrazza aveva già perduto gran parte del proprio successo, così il padre di Jean ne acquistò il rudere perché il figlio, il giovane architetto Messellaud, ne facesse il suo primo capolavoro.
La premura di Tanya la costringe all’affetto per tutti coloro che transitano per queste mura, quasi fossero l’ossigeno e il sangue di un organismo vivente. In definitiva il più grande successo dello Stile Messellaud: strutture come spazi di vita. Potrebbe essere il tema di un prossimo numero di Formae, la rivista pubblicata dal gruppo Messellaud, quella che io dirigo. Accompagno Tanya alla porta, lei si volta e accenna un sorriso di saluto. Chiudo la porta alle sue spalle e cerco di spegnere la luce sul pianerottolo ma si attivano le pale sul soffitto dell’ingresso, premo di nuovo il pulsante per disattivarle e provo quello accanto che accende la luce nel corridoio. Mi ricordo di un pulsante sotto il corrimano, non il primo ma il secondo. Maledette luci, non le accenderò più.

Non ho voglia di riprendere la battaglia con la valigia, mi fermo sulla terrazza, l’unico ambiente ripristinato esattamente come era nell’antico locale. Mi godo il vento e l’ultimo rossore del sole, mentre le luci del porto si accendono una dopo l’altra.
Un tempo, quando ero felice e sciagurata, adoravo stringermi a mio fratello mentre mi portava in moto senza il casco; prendevamo il mondo a tutta velocità. Il vento mi ricorda questo e il solletico che faceva, fino quasi a perdere il fiato. Masticavo gomme accanitamente, proprio come adesso fumo sigarette, fino a dimenticarne il sapore. Era menta o eucalipto? É come se stessi masticando la stessa gomma da tutta la vita, non sa più di niente. Quando ero a scuola potevo masticarne una per la mattinata intera. L’esercizio asciugava i succhi gastrici e con quelli il panico e l’invidia; giustificava il mio silenzio. Alla fine nascondevo la gomma sotto il banco o la sedia; lasciavo lì le parti più schifose di me, appiccicate sotto i culi di compagni e professori.
Stavo sempre con la mascella serrata e i denti stretti, perfino quando dormivo, per questo il dentista aveva consigliato a mamma di lasciare che masticassi gomme, per distendere i muscoli della mandibola ed evitare che mi stritolassi i denti. La terapia aveva in qualche modo funzionato, avevo smesso di digrignare i denti per prendere a masticare convulsamente. Avrei masticato il vetro di un bicchiere pur di non ingoiare qualcosa, con papà che ripeteva: «finisci quel che hai nel piatto, pensa a quei bambini che non hanno niente da mangiare.» Io ci pensavo, e mi figuravo lo strano apparato che doveva collegare la mia bocca agli intestini di quei bambini che si vedevano in televisione, con la pancia gonfia e gli arti rachitici. Mi chiedevo come quei bambini avrebbero potuto sfamarsi attraverso la mia bocca e perché in quelle immagini fossero sempre sporchi di cibo e coperti di mosche, e ogni boccone era come un sasso fangoso.
Adesso Jean ha deciso che fumo troppo. Lo dice proprio lui che si fuma qualsiasi cosa. Mi ritrovo a fumare di nascosto come una ragazzina, poi mi accanisco sul cibo per controllare questo magone. Ho sviluppato una maturità maniacale che mi consente di mescolare l’abuso di gomme da masticare a quello di sigarette e di cibo, in modo che nessuno possa accorgersi dell’eccedere di una cosa o dell’altra. Ho imparato che la pazzia non sta nel comportarsi in modo eccentrico, ma nel non nasconderlo agli altri.

Spazzolino,
libro,
quaderno,
penna,
occhiali da sole,
portafogli.
Penna usb.
Sono pronto, posso vivere per sempre.

Se fossi sincero non farei lo scrittore. In effetti non faccio lo scrittore. Sono uno di quelli che finisce sempre per raccontare le piccole miserie private, sempre simili une alle altre. In mancanza di drammi collettivi e nel rifiuto di una narrazione ombelicale lo scrittore fanciullo si rifugia in un passato remoto, senza alcun testimone diretto, conquistando margini di inventiva generosi.

Eccomi qui, a sbirciare la vita di un personaggio minore, che desti qualche interesse senza sollevare troppa apprensione in eventuali estimatori. In questa storia misuro una teoria e con quella una consolazione. Si chiama creatività relativa.
Ognuno è creativo rispetto al contesto e agli obiettivi dati. La creatività consiste nella capacità di riformulare quanto disponibile; cercare una via di fuga in una stanza chiusa. Ecco perché André Jacques Garnerin, prigioniero in Ungheria nel 1783, inventava il paracadute. Questa è soltanto la mia teoria, ma voglio che la storia la dimostri, per questo devo trovare l’espediente narrativo adatto.

Non trovo pace. E non perché mi trovo in acque internazionali a bordo di una barca a vela nel cuore della notte. E nemmeno perché l’altro componente della ciurma è un ex galeotto con probabili intenti illeciti e una pittoresca deturpazione della parte destra del volto. In qualche modo Aladino potrebbe dirsi il mio editore, e il fatto che io non riesca a concentrare le parole verso l’obiettivo mi mortifica. Siamo partiti da cinque giorni, ce la siamo presa comoda e stasera consegneremo la barca nel porto di Marsiglia. Cinque giorni interi in mare aperto scambiandoci si e no dieci parole. Nessuna distrazione, nessuna telefonata, nessuna sbronza tra uomini. Eppure non sono riuscito a mettere due parole insieme.

Era il motivo principale di questo viaggio: consentirmi di scrivere in fretta e senza distrazioni. In effetti ho scritto molto e tante cose diverse, ma niente di quello che avrei dovuto. Aladino è il mio amico fuorilegge, lui era il proprietario dello Zanzibar, il mercato di roba usata di Marina di Castellano. Suo nonno gli aveva lasciato questo capannone dove lui cominciò a ricettare roba di ogni tipo, così vicino al porto non era difficile trovare del materiale interessante, specialmente mobili e oggetti vari per la casa, tutto materiale che Aladino sapeva rimettere in sesto con buona manualità. Gli affari gli andavano bene e presto si appassionò agli animali esotici che di tanto in tanto sbucavano fuori dalle barche in arrivo dai posti più disparati. Allestì sul retro del capannone uno smercio di queste bestie. La maggior parte delle specie erano protette e assolutamente impossibili da allevare in cattività: ragni, serpenti, pappagalli di ogni sorta e scimmie. Quando lo Zanzibar prese fuoco era tutto un fuggifuggi di bestie raccapriccianti e di gente che fingeva di aiutare a spengere le fiamme per entrare e portarsi via qualcosa. Aladino aveva una assicurazione tutta particolare con la quale poteva tranquillamente evitare di fare eventuali denunce o rimettere in piedi una qualsiasi attività. Gli rimanevano soltanto la barca, che teneva ormeggiata nel porto e curava come una figlia, e una quantità imprecisata di denaro che teneva in un numero altrettanto imprecisato di conti in Italia e all’estero. Aladino si rilassa ficcandosi un dito nel naso. Quando è del tutto disinvolto, come nel manovrare questa barca in mezzo al mare, si ficca due dita nel naso, una per narice, appoggiandosi al timone con i gomiti e ricercando con passione la matrice della propria anima, che di tanto in tanto appallottola e abbandona al vento dietro sé.
Dopo la fine dello Zanzibar Aladino ha fatto tante cose diverse: scaricatore, artigiano, spacciatore, galeotto, una volta è scomparso per quasi un anno, dice di essere partito in barca per andare a trovare i suoi parenti in Venezuela. Non credo sia possibile raggiungere il Venezuela con la sua bagnarola. Quando è tornato aveva una fede al dito, ma nessuna moglie con sé. Gli ho sempre detto che se un giorno avesse voglia di raccontarmi i dettagli della sua vita, quella diventerebbe di certo il mio primo grande romanzo. Lui mi assicura che le sue memorie saranno affidate soltanto a me, ma che prima devo dimostrare quanto valgo come scrittore.

Ho conosciuto Aladino lavorando sulle barche. Spesso qualcuno si rivolge a lui per riparare un battello. Mio padre faceva l’elettricista e io imparai il mestiere andando dietro a lui. Ho fatto un corso come tecnico del suono, e con quello mi sono specializzato nell’installazione di impianti sulle grandi imbarcazioni. Ho continuato a fare quel lavoro fino a ventotto anni, poi la mia fortuna passò proprio attraverso Aladino. Lui sapeva dei miei racconti e della mia passione per la scrittura, quando gli capitò di lavorare sulla barca di un produttore televisivo riuscì in qualche modo a proporgli alcune cose che avevo scritto. Il tizio mi contattò per lavorare alla sceneggiatura di una serie televisiva. Non era proprio un terno al lotto, era piuttosto come trovare cinquanta euro per terra, tuttavia quell’occasione offriva prospettive del tutto nuove al mio futuro professionale. Ho continuato a lavorare sulle barche per alcuni anni, oltre a scrivere tutto quello che mi capitava, da programmi radiofonici a pubblicità, brochure e articoli per riviste di settore. Quando la mole del lavoro me lo ha consentito mi sono trasferito a Roma, da li partivano la maggior parte delle mie commesse. Da allora la mia frequentazione con Aladino ha subito un brusco arresto, vengo a trovarlo ogni volta che torno a casa dai miei, ma le sue perle di saggezza mi sono mancate molto. Un esempio?

«Aladino? Com’è che finisco sempre per scrivere di genitorialità?»
«Perché ti caghi sotto.»

Ecco, Aladino parla soltanto se direttamente interrogato, ma va diritto al sodo. È incredibile che al mondo ci sia così tanta gente disposta ad affidargli imbarcazioni come quella sulla quale navighiamo. Spesso lo chiama qualche armatore per consegnare qua o là nel Mediterraneo una barca nuova o appena riparata. Chi compra barche di quella portata spesso non le sa manovrare, oppure non ne ha il tempo. Noi occupiamo il posto di qualcun altro, ne annusiamo la vita e i privilegi. Domani dovremo consegnarla nel porto di Marsiglia, poi io rientrerò in Italia con un aereo mentre Aladino si fermerà in città ancora per qualche giorno, a fare cosa non mi è dato sapere. Ogni sera la mia mente si allunga nella scia che ci lasciamo alle spalle. Settembre è un buon mese per i ripensamenti, e io vorrei viaggiare per sempre.

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Certe sigarette durano poco, certe invece sembrano non finire mai. Getto il mozzicone più lontano che posso e lo vedo cadere per una ventina di metri fino al mare. Da quella altezza il mozzicone si perde nella bruma. Non ci sono gabbiani sulle sponde del porto vecchio; una barca rientra lenta ammainando le vele. E’ un’imbarcazione con due alberi, come quella che vorrebbe Jean; sfila come un fantasma sotto di me. La luce che illumina la scritta sulla poppa sembra un oracolo: Boucler la Boucle, “la chiusura del cerchio”.

Jean arriva soltanto alle dieci, sembra non ricordare che il mio volo è domani mattina. Ci sediamo a tavola sulla terrazza.
«Quanto starai via?»
«Tre o quattro giorni credo, poi scendo a Roma per la prossima stampa, non ho ancora prenotato il volo di rientro. Comunque non credo che potrò resistere più di una settimana.»
«Vuoi che ti raggiunga là?»
Mi limito a sollevare gli occhi al cielo. L’ultima volta che ho portato Jean da mio padre quello è stato in casa due ore in una settimana. Jean è praticamente coetaneo di mio padre e questo, oltre al fatto di essere un progressista libertino di successo e terribilmente francese, non depone a suo favore.
Il risotto che Tanya aveva preparato ormai è una sbobba asciutta. Mantecare non è una delle mie specialità.

Una volta, da bambina, avevo trovato un verme ancora vivo nel mio piatto di riso. Sembrava che i chicchi avessero preso a muoversi, mentre la testolina nera si confondeva con il pepe macinato. Avendo già mangiato metà della portata capii che quasi certamente avevo ingoiato un certo numero di quelle schifezze. Vomitai nel piatto. Anche quella volta mio padre la prese bene: mi costrinse in camera senza cena, con la bocca che ribolliva acido per tutta la notte. Come fa un verme a sopravvivere al bollire dell’acqua?

Il risotto di Tanya è fresco, la busta è appena stata aperta e i chicchi controllati, ma a guardare il piatto mi sembra di vederne di nuovo qualcuno muoversi di propria iniziativa. Gioco un po’ con la forchetta portando di tanto in tanto un chicco alla bocca. Fare strade nel riso, ecco cosa mi piaceva prima che i vermi venissero a disturbare la mia voracità bambina.
Ora il silenzio si confonde con la confidenza e l’eleganza con il romanticismo. Due telefonate riempiono la cena al posto del riso.
La prima è sul cellulare di Jean, una delle poche a cui decide di rispondere. Il suo cellulare è sempre silenzioso, ma riceve telefonate in continuazione. Qualche volta riceve chiamate in lingue che non conosco, il cellulare è uno dei suoi ambienti sacri, un talismano che delimita una privacy invalicabile. Subito dopo squilla il telefono di casa. Jean non risponde mai al telefono di casa, del resto nessuno lo chiama lì.
«A che ora arrivi?»
Il tempo e la distanza non consumano un briciolo della confidenza con Irene.«Alle dieci, più o meno, il volo dovrebbe partire alle otto e trenta.»
«Sarò li a quell’ora, ho già liberato la camera.»
«Ma hai da lavorare, non preoccuparti che mi arrangio con un taxi.»
«Si, in effetti ho una fattoria su facebook che mi tiene impegnata quasi tutto il giorno, dovresti fartela anche tu.»
«Sicura che non disturbo?»
«Puoi fermarti quanto vuoi, e non ho più voglia di ripeterlo. Piuttosto, hai parlato con il professor Messelaud?»
«Si, stavo giusto per…no Irene, credo che non ci parlerò per niente, non saprei cosa dire, non so nemmeno se voglio cominciare questo discorso…»
«E’ facile, gli dici: caro Jean, anche se tardivamente, mi sono resa conto che avevano ragione la mia amica Irene e la maggior parte delle persone che mi vogliono bene. Tu sei un vecchio noioso e pieno di sé, io sono giovane e bella, e torno a casa mia.»
«Non voglio tornare a casa mia, io non ce l’ho una casa.»
«Sai cosa voglio dire, alla tua vita insomma.»
«Non ho nemmeno una vita Irene, non senza di lui, comunque adesso basta dai, avremo alcuni giorni per parlarne.»
«Non alcuni giorni, avremo tutta una vita, tu devi restare qui.»
«Vediamo, ci sono alcune novità, domani ti spiego tutto.»
«Ti aspetto.»

E pensare che era proprio lei la studentessa innamorata del professore di materiali, quello che aveva tenuto due lezioni in un italiano incerto. Jean era il terzo professore in cinque anni del quale Irene si era innamorata. Quella infatuazione ci costrinse a una frequenza assidua delle lezioni e alla partecipazione ad un laboratorio presso un importante studio di Roma sul progetto di riqualificazione della ex stazione Pineto. Dopo quell’esperienza, per mio merito ed entusiasmo, mi ritrovai nell’ufficio di Jean, a chiedere la possibilità di svolgere con lui la tesi di laurea. Era tardi, dopo quel colloquio lasciammo entrambi l’edificio per avviarci verso la stazione. Jean mi offrì un caffè. Per tutto il tempo non facevo che pensare a quello che avrei raccontato a Irene, a come quella cosa l’avrebbe fatta impazzire. Invece non le raccontai niente per molto tempo. Ricordo il momento esatto in cui quel gioco delle parti divenne qualcos’altro: eravamo appena usciti dal caffè, io ero distratta dall’emozione e mi avviai ad attraversare la strada. Jean mi afferrò per un braccio indicandomi il pullman in arrivo. Era un gesto stupido, come la mia distrazione, eppure Jean indugiò qualche secondo in più sulla mia spalla prima di ritirare la mano. Il tatto lo aveva reso reale.
Irene si arrabbiò molto quando le raccontai che io e il professor Messellaud avevamo preso a incontrarci “fuori dall’orario di ricevimento”, soprattutto perché glielo dissi cinque mesi dopo, quando già avevo deciso di partire con lui per un viaggio di lavoro negli Stati Uniti. Mi sentivo scema. Erpo la ragazzina infatuata del professore. Da quel momento in poi Irene si arrabbiò a più riprese per le mie scelte avventate e la dipendenza che andavo sviluppando. Si arrese soltanto quando lui mi propose di trasferirmi nella sua casa di Roma. Poco dopo cominciai a collaborare con la redazione di Formae. Io e Irene ci incontravamo raramente, ero sempre impegnata in una parte o nell’altra del mondo, presso una o l’altra sede dello Studio Messellaud. Quando Jean mi ha proposto la direzione della rivista impazzivo di gioia e di orgoglio, povera scema. Avevo ventotto anni.
Adesso che ne ho trenta cosa succederebbe se non tornassi più da lui? Dovrei cominciare tutto da capo, senza una casa né una professione.
Non posso tornare da mio padre o da mio fratello, non dopo dodici anni di assenza e con la distanza che si è creata tra il mio mondo e il loro. Abbasso il telefono e mi guardo intorno come se mi avessero teletrasportato qui improvvisamente. Capita così quando si pensa alle alternative che la vita potrebbe offrirre. Succede che i luoghi e gli oggetti intorno, e talvolta pure le persone, ci appaiano come estranei, come semplici opzioni in un oceano di possibilità. Capita in quei casi che si finisca per non riconoscere nemmeno se stessi, immersi in qui luoghi e in quelle relazioni. C’era qualcos’altro di me, qualcosa che ho dimenticato, qualcosa che mi hanno fatto dimenticare. Io ero proprio quella cosa. Improvvisamente mi sento così, come uno che non riesce ad accendere la luce in una casa troppo grande.

In camera Jean sta leggendo una delle sue riviste appoggiato allo schienale del letto, l’odore dolciastro della marjuana permea ancora la stanza. Prendo una sua camicia dall’armadio e lo specchio nell’anta mi restituisce una figura impietosa. Mi dispongo di profilo, sfiorando appena il passo del mio ventre, poi mi sfilo i sandali e i pantaloni di lino.
«Dovresti invertire l’ordine delle cose» irrompe Jean abbassando appena il giornale. La luce del comodino scolpisce le rughe profonde del suo volto in un contrasto orribile. Non avevo mai visto le brutture delle sue espressioni, né mai avevo colto il ritmo serrato del suo respiro. Il fascino e la devozione avevano sempre prevalso su tutto, come adesso prevalgono la colpa e la paura del mio cuore. Con un fruscio mi volto di nuovo verso l’armadio piegandomi lentamente; sento già l’affanno di Jean alle mie spalle.
«Brava piccola, resta ferma così.»

Siamo in barca da cinque gironi, il sole sta tramontando e tra poco entreremo nel porto di Marsiglia.
Siamo stati cinque giorni senza donne, che non sarebbe poi un dramma. Il dramma è stare cinque giorni senza masturbarsi. La consapevolezza più grande che mi ha dato questo viaggio è il terribile onanismo che mi affligge.
Non è vero, non lo scopro adesso, l’ho sempre saputo e sempre l’ho celato come l’anima nera della mia vita. Ogni mattino il sangue pompa il mio sesso con accanimento. Credo si tratti di una predisposizione laica e diffusa piuttosto che una sincera eccitazione; una fame senza oggetto. In genere ci rifletto quando sono a casa sotto la doccia, nella quotidiana battaglia con il miscelatore, mentre Anna strepita dalla cucina perché la colazione è pronta. Lascio che il riposo guadagnato durante la notte coli nello scarico come una nuvola trascinata dall’acqua. Non sono tipo da cantare sotto la doccia. La masturbazione è un regolatore dell’autostima; l’ho letto da qualche parte quando cercavo di verificare se sono malato. Questa attività dovrebbe contribuire ad un equilibrio generale, con quel retrogusto di senso di colpa che sono certo renda le persone migliori.
Invece no, sono una persona peggiore. Questa afflizione è grave e dominante ed è questo a essermi chiaro soltanto adesso, qui, in mezzo al mare. Qui non c’è internet, non ci sono donne né televisioni o giornalini sconci. Ci siamo io Aladino e il mare. È l’occasione buona per riflettere: come ho fatto a ridurmi così?

Scrivo testi per la televisione e per la radio. Testi mediocri per programmi mediocri. Quando cominciai ero un ragazzino, e mi sembrava logico percorrere una strada parallela al mio sogno, nella speranza che mi avrebbe prima o poi avvicinato al sogno stesso. Eppure per definizione due parallele non si incontrano mai. L’apice della mia carriera è un programma di sfighe che va in onda per una emittente nazionale: Il parere di Liliana.
Quando mi chiesero alcune idee per una trasmissione adatta al grande pubblico, che andasse in onda ogni mattina alle dieci, pensai: per radio non è possibile vedere tette o cuccioli di alcunchè. Nella classifica dei temi di successo dopo tette e cuccioli troviamo le sfighe. Le sfighe sono perfette per la radio. Prendiamo una psicologa dalla voce suadente e materna, Liliana Fontanelli, e lasciamo che la gente chiami per raccontare le proprie miserie. Ero certo che le telefonate sarebbero state una rarità, pensavo che alla gente piacesse sentir parlare di sfighe, ma non tanto raccontare le proprie. Quindi preparai una serie di testi e di telefonate fasulle, registrate da speaker professionisti. Erano miserie molto ingegnose e coinvolgenti le mie, ma credo che mai una di quelle registrazioni sia stata mandata in onda.
Fin dalla prima puntata il pubblico cominciò a telefonare senza sosta, tanto che dovemmo allestire un servizio di smistamento e selezione delle telefonate e dei casi. Ogni giorno mi invento una nuova categoria di sfighe. Sono categorie fittizie: violenza domestica, malattie genetiche, solitudine…la sfiga in realtà è una sola, un coacervo magmatico nel quale nuoto con grande disinvoltura, dirottando le singole sfighe degli ascoltatori sul tema che più mi fa comodo. Quello che ho dovuto continuare a scrivere per un po’ di tempo sono i luoghi comuni per la Dottoressa Fontanelli. Ne avevo preparati una buona scorta adatta a tutte le occasioni. Il rischio poteva essere quello di imbarazzanti escandescenze in diretta, oppure la possibilità che la Dottoressa rimanesse senza parole. Non è mai accaduto, anche di fronte alle stranezze più inaspettate, con il tempo la Dottoressa Fontanelli è diventata molto più brava di me nei luoghi comuni, un’implacabile dispensatrice di vuoto. Con il vuoto ha riempito già tre libri di discreto successo. Il primo, che ovviamente si intitola Il parere di Liliana, l’ho scritto io, ma ho firmato solo l’introduzione. All’epoca ancora non odiavo Liliana e tutte le persone che la chiamavano, quindi spesi parole di stima e ammirazione per una professionalità tanto acuta e disponibile verso chi aveva più bisogno. Liliana è stata pure in televisione un paio di volte, più che altro per promuovere i libri. La Dottoressa Fontanelli in diretta ha sempre una spalla, quello che in origine doveva essere il conduttore e padrone di casa. Quando il vecchio conduttore è morto la direzione ha ritenuto indispensabile che io stesso prendessi le redini della trasmissione. Mi hanno pagato bene; è stato lo scacco matto. Metterci la voce e il nome ha spazzato via qualsiasi ambizione letteraria.
Mi sono chiesto spesso il perché del successo di Il parere di Liliana, e sono assolutamente convinto che il segreto stia nella mancanza assoluta di speranza. La speranza è faticosa, costringe al tentativo, quindi al rischio e alla paura. La gente non vuole speranza, vuole consolazione e luoghi comuni, vuole sentirsi dire “poverino” come fa la mamma col bambino che è caduto. La Dottoressa Fontanelli è perfetta in quel ruolo.
Anche Aladino segue la trasmissione e si è molto lamentato del fatto che in questa edizione abbiamo ridotto i tempi. Adesso facciamo tre quarti d’ora netti di sfighe intervallate da un giornale radio, due brani musicali e dalle notizie sul traffico. Le notizie sul traffico per me sono un sollievo. Ho in mente un programma tutto sul traffico nel quale le persone in coda possano chiamare e sfogare la propria insofferenza. Lo farei con una conduzione cinica, che sfotta in continuazione chi è bloccato in auto. Siamo come formiche che corrono una appresso all’altra lungo traiettorie incomprensibili per portare una pesantissima briciola di stanchezza alla fine della giornata. Mi piacerebbe raccogliere le testimonianze, scoprire come la vita delle persone possa cambiare per colpa di un ritardo. Il problema potrebbero essere gli incidenti; sarebbe imbarazzante fare del sarcasmo su una coda dovuta a un incidente mortale. Ah ah ah; mortale.
Ecco perché mi sono ridotto così, a regolare l’autostima a forza di seghe.

La scorsa settimana mi chiama questo tipo che ho conosciuto alla presentazione del terzo libro di Liliana in una nuova libreria di Roma. Lui lavora per Formae, la rivista dello studio Messellaud. Chiacchierando è venuto fuori che stanno pubblicando una serie di racconti inediti sul tema della creatività. Al quinto bicchiere, gli dico che ho un autore in gamba da presentargli, gli dico che potrei inviargli qualcosa per e-mail. Lui sembra entusiasta della cosa e mi chiede di più sui testi che gli avrei spedito. Continuiamo a bere molto, quando a fine serata cerca di mettermi la lingua in bocca io lo allontano e mi scuso per averlo in qualche modo illuso. Allora ci mettiamo a ridere e io per farlo sentire meno ridicolo gli confesso che sono io stesso l’autore di cui volevo mandare i testi. Lui lo aveva già capito. Questa è la mia seconda opportunità. Scriverò il mio racconto sul giovane Garnerin. Lungo la scia di questa barca invece lascerò i resti di quello che ero, tornerò ricomposto e fiero di me.

Non riesco a chiudere occhio, mi sono svegliata tre volte. Ho paura che muoia. Non avevo mai temuto così tanto la morte, nemmeno quando mamma era malata. Guardo i bagliori del porto che si riflettono sul soffitto della camera. Il respiro di Jean cosparso di rantoli mi impedisce di riprendere sonno. E se uno di questi rantoli fosse l’ultimo? Così, senza alcuna avvisaglia, Jean spirerebbe via dal letto lasciando il corpo morto accanto a me. Non ha alcun senso, Jean adesso sta bene ed è sufficientemente indebitato da garantirsi l’affetto di molti. Eppure questa idea fissa mi impedisce di dormire, un giorno lui morirà, molto prima di me. Le sue labbra imperlate di sudore vibrano scomposte. Alla fine accetto l’insonnia e mi alzo per andare in bagno. Poi vado in cucina e prendo uno yogurt. Nel frigo c’è uno yogurt che aiuta la digestione e uno che fa dimagrire, poi ce ne è un terzo che sembra solo yogurt, mi chiedo se magari non abbia qualche effetto contro l’insonnia. Lo apro e mi ricordo del sogno che mi agitava poco fa. Era un sogno cosparso di quei vermetti del riso. Uscivano dal piatto e anche dalla valigia pronta nell’ingresso. Quando la apro per controllarla tutte le mie cose sono scomparse, divorate dal brulicare di migliaia di vermi. Poi Jean mi sorprende da dietro afferrandomi una spalla. «Ecco, ti sei portata via tutto, e adesso non è rimasto niente, vedi?»
Mi volto per giustificarmi, per dirgli che forse sarà soltanto per qualche giorno, che ho bisogno di riflettere con calma, lontana da lui. Ma Jean sembra assente, poi i sui occhi guardano in alto, sempre più in alto, ma senza muovere la testa. Finiscono per ribaltarsi indietro mentre una goccia di muco gli cola dal naso. Voglio dirgli che è sporco ma mi accorgo che non è muco, sono quei vermetti bianchi ad uscirgli dalle narici e dalla bocca.

«Tutto bene?»
Jean si sveglia mentre lo guardo appoggiata allo stipite della porta.
«Si, avevo fame, quel risotto non era un granché.»
«Prendi qualcosa per dormire, domani devi partire presto.»
Appena finisce la frase riprende a russare.
Prima di frequentarci Jean aveva passato un periodo terribile. Per otto mesi era rimasto lontano dal lavoro e da tutti quanti per curarsi. Aveva subito un’operazione al pancreas e una chemioterapia che lo aveva ridotto piuttosto male. Continuava a raccontarmi di quanto prima si sentisse invincibile e di come quello schiaffo lo aveva sconfitto prima di tutto nell’orgoglio. Si era separato già da diversi anni, ma fortunatamente sua moglie gli stette molto vicino in quei mesi, era l’unica con la quale riuscisse ad aprirsi un poco. Riprese a lavorare progressivamente, ma il suo entusiasmo era stato divorato dalla paura. Quando eravamo a New York per aprire una nuova sede dello studio mi disse che era soltanto grazie a me che aveva ritrovato la passione per il proprio lavoro. Sosteneva che era merito mio se si sentiva in grado di intraprendere nuove iniziative e aggredire il futuro ancora una volta. Gli unici strascichi di quella malattia erano i capelli rasati e l’impossibilità di avere altri figli. Dal momento che Jean aveva già cinquantotto anni e due figli maggiorenni la cosa non lo traumatizzava più di tanto.
Siamo sempre stati tranquilli, non abbiamo mai preso precauzioni; allora perché adesso ho un ritardo di tre mesi? E perché lui non si accorge di niente?

Jean adora gli oggetti di lusso. Adesso possiede una scuderia di circa dodici auto d’epoca. Credo però che ne venderà qualcuna, da quando ha deciso di fermarsi a Marsiglia ha accennato un paio di volte alla necessità di una barca a vela. Sono sicura che voglia comprarne una. Deve trattarsi di un riflusso della sua infanzia, il ricordo delle gite in barca con il padre. Nei primi anni mi sono sentita come una macchina d’epoca nelle sue mani. Mi sfoggiava con gli amici e nelle occasioni importanti senza perdere l’occasione per mettermi in luce. Mi sono divorata per sentirmi sempre all’altezza della situazione. Non mi ha gettata via, non lo farà. La sua passione per gli oggetti preziosi gli impedisce di disfarsene con leggerezza. Magari se ne dimentica, sposta la propria passione su una macchina nuova, o su una barca a vela.
Prendo un Remeron e un bicchiere d’acqua, poi penso che non dovrei prendere pasticche per dormire. Da bambina mi immaginavo donna e madre di molti bambini. Perché adesso ho tanta paura? Ingoio comunque la pasticca e dopo dieci minuti mi riaddormento.

Ho cominciato a scrivere questo diario per arginare le incursioni biografiche sui miei racconti. È un’attitudine positiva che a volte però allontana dall’obiettivo prefissato. Le mie sensazioni ricadono in quello che scrivo trasformandone il significato e il tono. Adesso però è questo quaderno a prendere il largo. Mi sono svegliato con le prime luci dell’alba, dopo giorni di silenzio il ribollire dei rumori nel porto mi sembra assordante. Aladino sta parlando con la capitaneria per sistemare alcuni documenti, io resto ancora sul ponte, resterò sulla Boucler il più a lungo possibile. Ho paura che mettendo un piede a terra questa mia catarsi si interrompa per sempre. Ho cercato per tutta la notte di trovare una logica nei miei appunti senza alcun successo. Li ho suddivisi in tre quaderni: il diario, le idee sparse e gli appunti su Garnerin. A volte mi sembra di non avere ancora concluso niente, in altri momenti invece mi sembra di avere materiale per una saga infinita. Devo mettere insieme appena ottomila battute. Le ottomila battute della mia vita. Sono contento di respirare aria francese, anche se soltanto per poche ore, è importante per avere un’idea di quello che sto scrivendo. Il problema di fondo è che Garnerin non è fuggito grazie al paracadute, sembra invece che sia stato liberato. Il primo lancio con il paracadute è avvenuto anni dopo, in Francia. In questo modo cade il presupposto del mio racconto, il messaggio che volevo trasmettere. Poi c’è la figura della figlia, Elise Garnerin, giovane e spericolata più del padre. Finisco sempre per scrivere di figli.

«Scrivere e andare per mare; ti rendi conto che sono le uniche cose che ti appassionano?»
Me ne rendo conto, ma non era questo che voleva sentirsi dire, infatti le ho risposto che «certo che me ne rendo conto, sono contento di scoprire quanto a fondo mi conosci.»
Anna alludeva al mio nichilismo e alla mia mancanza di interesse per il prossimo, se non come oggetto di scherno. Potrei ribattere che mi interessano anche gli oggetti di libidine, ma non sarebbe del tutto vero. Anna è la ragazza che ho lasciato a Roma prima di partire. La donna e la compagna che vorrebbe un bambino da me. Lo capisco da come dice in continuazione che «non si tratta tanto di avere dei figli, quanto di decidersi a crescere, se continuiamo così la vita ci distruggerà.»
Anna è molto letteraria.
Io a volte lo vedo già nostro figlio, è un maschio, è molto più forte di me e sa già gattonare. Si arrampica in fondo al letto chiacchierando tra sé con qui mugolii divertenti dei bambini, poi comincia a divorarmi gli alluci uno per volta, e su su fino alle caviglie e alle ginocchia. Io non posso fermarlo perché non so come si chiama. Non è un sogno, lo vedo davvero quando torno a casa e cerco di rilassarmi. Prendo qualcosa dal frigo ogni volta che rientro; mangiare è il mio modo di sentirmi a casa. Poi mi distendo sul letto e invece di rilassarmi comincio a sentirmi in colpa a pieno ritmo, senza distrazioni. Lo spreco mi scorre addosso come sudore. Forse Anna ha ragione, forse un figlio darebbe un nuovo volto ad ogni cosa, senza aspettare il momento giusto perché il momento giusto non arriva mai. Eppure mi rifiuto di fare un figlio solo per avere un buon motivo per andare a lavoro, o per stare ancora insieme, o per stare ancora al mondo. In genere faccio queste riflessioni quando quello mi compare ai piedi e comincia a mangiarmi. Non ritraggo i piedi perché in qualche modo sono contento di nutrirlo, mi preoccupo soltanto di cosa succederà quando arriverà alla testa, quando mi avrà divorato del tutto. Cosa mangerà allora? Forse a quel punto sarà grande quanto me, e un’altro neonato farà capolino da sotto il letto per mangiare mio figlio.

Ha ragione Aladino, me la faccio sotto. E ha ragione pure Anna, invitarla con noi per questa traversata in mare non era una grande idea.
«Fammi capire, mi stai invitando a venire in barca con te e con un ex galeotto per cinque giorni nei quali non potrò parlarti perché tu devi scrivere?»
Il mio invito era soprattutto una provocazione, un modo per litigare e lasciarci malamente. Chissà se in questi giorni avrà portato via le sue cose o se invece la troverò ancora li.

Nel quaderno delle idee c’è un ragazzo che fa fatica a tenere insieme diversi pezzi di sé, li perde per strada e li confonde continuamente. Ha sempre voluto essere giusto per tutti e così facendo ha deluso le persone una dopo l’altra, spezzettandosi in mille frammenti contraddittori e squilibrati. Ha un braccio lavoratore e uno artista, un occhio comprensivo e familiare e l’altro rigido e autoritario, ha una mente disciplinata e un cuore solitario, litiga continuamente con la sua bocca accomodante per tenere le gambe ferme. Fa il pasticcere, ma anche il soldato, parla con i mostri, gioca d’azzardo, fotografa ad occhi chiusi, ruba tutto quello che trova e si tocca continuamente, non si ricorda quando è nato e nemmeno quando è morto, a volte ha la barba lunga, a volte sa appena parlare.
Ho preso appunti a punti, se collegandoli tra loro possa tratteggiarsi una figura non saprei. Che sia soltanto una necessità convulsa quella di riempire pagine? Il vezzo di lasciare frasi sospese a metà. Scrivere con carta e penna libera una sincerità incontrollata e l’euforico svolgimento di me. Come il rosso di quelle foglie che staccandosi seguono percorsi liquidi, complici e sinuosi tra il verde abbagliante del prato, così queste parole cadono incuranti e incurate.

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Rosso; non fosse per l’aria condizionata aprirei il finestrino per raccogliere un po’ del vento salmastro che sale dal porto. Adesso che sto per partire ogni cosa in questa città mi provoca nostalgia. Mi sembra di aver abbandonato Marsiglia da anni, di essere lontana da queste strade e di ripercorrerle con il tempo rallentato dei ricordi. Tutto mi sembra impalpabile: il finestrino, il tassista, i chioschi dei fiori agli angoli delle strade. Dovrei arrivare in anticipo, così posso farmi un giro per il duty free. Mi piacciono i duty free, sono tanto puliti, sembrano un limbo prima del paradiso o dell’inferno.

La prima telefonata del mattino è di Giacomo. Giacomo è il caporedattore di Formae. Nei suoi articoli insiste continuamente sulla bellezza della donna e su tutte queste banalità che vogliono il corpo femminile come simbolo di armonia. È davvero curiosa questa opinione alla luce del fatto che Giacomo è una checca impenitente.
«C’è un problemino con l’origine delle idee. Il ragazzo che dovevamo pubblicare questo mese è stato appena messo sotto contratto e non possiamo far uscire niente prima della pubblicazione del suo romanzo. Tra l’altro a me il racconto faceva schifo.»
«Non mi pare una tragedia, pubblichiamo una seconda scelta.»
«Senti, c’è quello che doveva uscire il mese prossimo, l’ho sentito pochi giorni fa, se riuscisse a mandare tutto in un paio di giorni vediamo se può andare, che dici? Lo conosco, credo possa tirar fuori qualcosa di carino.»
«Ah se lo conosci tu siamo a posto.»
L’origine delle idee è una rubrica che siamo stati costretti a inserire per far contenta una importante casa editrice per la quale Jean ha curato la progettazione di sei nuove librerie in sei grandi città. Ogni mese pubblichiamo un racconto breve e inedito di un autore sconosciuto o quasi. Il tema è quello della creatività. In realtà sono venute fuori cose piuttosto carine, alle quali i lettori si sono pure interessati. Ero molto scettica perché temevo che ci rifilassero una serie di prodotti da sperimentare sul pubblico, invece ho trovato la qualità dei testi piuttosto buona e originale.
«Si può sapere almeno di cosa si dovrebbe trattare?»
«Un racconto storico, ambientato nell’ottocento credo, in Francia e in Ungheria. Parla del primo tizio che si è buttato con un paracadute.»
«Non lo vedo molto in tema.»
«Beh potrebbe esserlo invece.»
«Mandami il testo appena lo ricevi, e prepara comunque un piano b. Il servizio sull’expo è finito? Voglio leggerlo prima che comincino a parlarne i giornali, ovvero prima della settimana prossima.»
«Ti invio tutto, ma voi quando venite?»
«Mercoledì, ma vengo soltanto io, Jean ha messo le radici a Marsiglia. Adesso devo andare, il mio volo parte tra un’ora. Ti chiamo nel pomeriggio.»

Verde; mi piace farmi trasportare. Il tassista ha una guida dolce e impermeabile alla confusione di queste strade. Jean si è svegliato molto presto, come ogni mattina, è sceso in garage, poi è tornato per salutarmi, mi ha baciato sulla fronte e mi ha detto di tornare presto. Io ho finto di essere ancora addormentata. Devo lasciare questo posto, devo allontanarmi da lui prima di perdere del tutto il controllo. La settimana scorsa è venuto a trovarci Lucas, il figlio di Jean. Lucas ha ventidue anni ed è innamorato di me. Jean lo sa e ogni volta ride alle sue spalle, lo mette in difficoltà, ma Lucas è un ragazzo molto arrogante, e quando suo padre non c’è tira fuori tutta la sfacciataggine che con lui nasconde. Ogni volta ho il terrore di rimanere sola con lui in una stanza. Sono la macchina che suo padre non gli lascia guidare. Ne ho parlato con Irene, mi sono lamentata con lei di questo e dell’autoritarismo di Jean, di come non lasci alcuno spazio alla mia opinione, anzi, la mia opinione non è per niente contemplata. E poi questo lavoro, che ha tirato fuori anche da me un atteggiamento nel quale non mi riconosco. Ostento una spavalderia che mi tiene a galla. Mi lamento di un sacco di cose, di come spesso mi manchino i miei coetanei, divertirsi in modo stupido, di come invece l’ex moglie di Jean sembri capirlo ancora, ogni volta che si sentono anche soltanto al telefono. Mi sono lamentata anche della sua libidine deviata, fingendo che mi infastidisse più di quanto non sia vero. Non le ho detto niente invece del mio ritardo. Né a Irene né a nessun altro.
Non è la prima volta, il mio ciclo è sempre stato bizzarro come il mio appetito. Ho fumato moltissimo ultimamente, e più mi agito più è difficile che le mie cose prendano un ritmo regolare. Ma adesso sono quasi tre mesi che non ho le mestruazioni e stamani, nel chiudermi alle spalle la porta di casa, ho capito perfettamente cosa volevo lasciarci dentro. Non è di un figlio che ho paura, ma di un figlio con Jean. Io non voglio un figlio da lui. Io ho sempre pensato, da qualche parte dentro di me, che questa sarebbe stata una parentesi che si sarebbe chiusa spontaneamente. Ma un figlio no, non così, non con un uomo che potrebbe essere suo nonno e che sono sicura un giorno mi abbandonerà.

Il cielo di Marsiglia si sta annuvolando, non so se sia il tempo oppure i miei pensieri, ma sento che non tornerò indietro. Aspetterò e verificherò se davvero sono in cinta, e poi, qualunque sia la verità, non tornerò indietro, non subito almeno. Quando Jean mi chiederà spiegazioni prenderò tempo e cercherò di capire se possa esistere per me un’altra strada.
Scendo. Il vento impedisce alle nuvole di addensarsi, spero che non ci siano ritardi nei voli. 34-A; ho ancora mezz’ora prima dell’apertura del gate, giusto il tempo di una sigaretta nel bagno e di una colazione.
Mi piace sentirmi sola in mezzo a tanta gente. Le luci dell’aeroporto sono sempre uguali, qui il tempo non scorre. Potrebbe essere l’alba oppure mezzogiorno, potrebbe essere gennaio oppure agosto, questa luce al neon è la luce del limbo. Una mamma grassa compra le patatine al bambino grasso, a volte nel viaggio restasse senza. Il signore legge il giornale e beve un caffè, ha solo una ventiquattro ore e l’auricolare all’orecchio. La ragazza al banco ha dormito poco, forse ieri sera ha litigato con il ragazzo e stamani non vede nessuna delle persone che serve, nemmeno loro in realtà vedono lei, forse la vedo soltanto io. Il signore alla cassa invece è sorridente e guarda tutti in faccia, ha la pelle scura e un accento forse dello Sri Lanka. Quel signore sembra deluso, non sembra nemmeno che debba prendere un aereo. Ha solo uno zainetto con sé, guarda tutte le riviste, poi tutti i libri, poi si sofferma a lungo sul banco delle paste, ne sceglie una e la mangia sempre girando tra i libri, senza sedersi. Poi solleva lo sguardo e si guarda intorno, come se si fosse svegliato in quel momento, fruga nello zaino, estrae una penna e un quaderno e appunta qualcosa appoggiandosi ad un tavolino del bar. Si guarda di nuovo intorno con la penna in mano, poi sembra sorridere, ripone tutto e si avvia verso il gate. Hanno appena chiamato il mio volo.

Questo aereo sembra non voler decollare. I viaggi di ritorno devono essere malinconici e veloci, come scuotere la testa uscendo dall’acqua. Forse questo ritardo consentirà alla ragazza del 34-A di prendere l’aereo. Mi sono fatto l’idea che si tratti di una ragazza con i capelli rossi e prossimamente innamorata di me. Non so se sperare che arrivi in tempo per innamorarsi di me, oppure che non arrivi per niente, almeno posso mettermi al suo posto e guardare fuori dal finestrino. L’aereo è pieno per il rientro del fine settimana, qualcosa deve averla trattenuta all’ultimo minuto. Non ho il coraggio di prendere il quaderno di Garnerin, quando sarò di nuovo a casa dovrò costringermi al computer per una nottata, qualcosa dovrà pur uscire fuori. A volte spero di trovare Anna a letto addormentata, prepararle la colazione e fare come se niente sia successo. Altre volte invece credo sarebbe meglio restare solo, restarci finché non sarò pronto a farmi divorare.
Ho altre storie per la mente, sembra che le idee vengano per dispetto, per distrarti dall’unica che dovrei curare.

Siamo stati fortunati a lasciare la barca prima che il tempo peggiorasse, oggi il cielo è coperto e soltanto il vento impedisce alle nuvole di sciogliersi. Ecco, finalmente i motori si sono accesi, il capitano si scusa per il ritardo ed augura un buon volo. La ragazza non è salita, mi metto al suo posto, alcune gocce scivolano sull’oblò. Adesso che l’aereo scorre davanti alla facciata a vetri dell’aeroporto mi sembra di vederla, con una mano appoggiata al vetro e gli occhi lucidi. Mi chiedo cosa possa averla trattenuta, forse soltanto una coda in autostrada, oppure un litigio.

«Mi scusi, deve allacciare la cintura»
In una contrazione la pista diventa il volto sorridente della hostess che si protende dal corridoio per richiamare la mia attenzione.
«Ha ragione, mi scusi.»
Ogni volta che la pressione del decollo mi schiaccia il petto penso alla morte. Forse lo fanno tutti e forse quella ragazza ha paura di volare; avrei potuto tenerle stretta la mano. La immagino perdere un volo e scegliere una vita. Appena l’aereo è in quota prendo lo zaino, metto via il diario e apro il quaderno delle idee: comincerei da questa valigia.

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