L’ultimo giro di giostra

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di Davide Vignola e Matteo Pieri

Il ragazzo entra nel parco e percorre il viale che conduce nel cuore del bosco. Procede a testa alta. Respira con piacere l’umidità intrisa di muschio e foglie marce – il bosco, nei pomeriggi autunnali, ha un odore più intenso del solito – mentre osserva la geometria che la prospettiva offre al suo sguardo: un lungo triangolo di terra, delineato da due file di tronchi secolari, con il vertice proiettato chissà dove, nascosto dall’aria brumosa. Non riesce a scorgerne la fine, o l’inizio. Un cane al piccolo trotto affianca il ragazzo che d’istinto gli sfiora il muso con una mano. Il cane prosegue, incurante. Allora il passo rallenta, il respiro si fa meno affannoso e presta ascolto al dubbio.

As I walk through the valley of the shadow of death…

Si sfila le cuffie del walkman e si ferma.

Quante volte ha attraversato quel viale? Conta le volte che l’ha percorso correndo, con la smania del bimbo che vorrebbe annientare le distanze tra sé e il desiderio. Prova ad immaginare quante volte ha trattenuto la corsa, forte della consapevolezza adulta di chi ha capito che laggiù in fondo, alla fine del lungo viale, la destinazione è sicura, pronta a dispensare un piacere più sobrio e più vulnerabile, che riscalda e disarma allo stesso tempo. Ipotizza il numero di passeggiate fatte lungo quello stesso viale con il cuore agitato non già dalla fregola della giostra, ma dal bisogno di un abbraccio e di un bacio un po’ umido di due signori che si stanno facendo vecchi e che avrebbe voluto chiamare nonni, se solo la cosa non fosse risultata irrispettosa nei confronti di quelli veri e mai conosciuti, di nonni. Fatte le somme quante potrebbero essere, si chiede. Forse più di cento. Di sicuro più di cento. Moltiplicando gli anni che passano dall’82 al ’97, per due mesi all’anno di vacanze parigine, molte più di cento. Considerato che nei periodi più caldi al parco ci veniva quasi tutti i giorni, saranno anche più di duecento. Senza contare gli ultimi due anni, quelli della sua residenza parigina, dell’Università e di tutto il resto. Una volta al mese, forse due, anche quelle contano, anche se i signori si sono fatti vecchi per davvero e la tentazione di chiamarli nonni, col tempo, è venuta meno. Più di duecento volte – dice tra sé – ho attraversato questo viale con gioia. Questa è l’ultima volta.

Oggi è la rabbia a guidare i suoi passi. Sospira e chiama a sé la risolutezza necessaria. Il freddo contatto del corpo metallico nella tasca dei pantaloni lo fa rabbrividire. Il ragazzo sospende i pensieri, rimette le cuffie e riprende il cammino, implacabile. Prosegue lungo un viale secondario e si ferma di nuovo. È quasi arrivato. Toglie le cuffiette, spegne il walkman e ripone tutto nello zaino, con cura.
Da quel punto può osservarli senza timore di essere scorto. Scorto da chi poi? Respira; recupera ancora qualche immagine di quando gli correva incontro a braccia aperte oppure di quando faceva lo scherzo di farsi trovare direttamente sul kart, sempre senza gettone. E loro sempre lì ad aspettarlo, sempre lì uguali, vecchi da sempre.
Ora che gli è così vicino quasi non ha più voglia di farlo. Vorrebbe dimenticare per sempre quel vecchio miserabile. Vorrebbe dimenticarsi di tutto, come se non avesse mai saputo niente di niente. Come se neanche li avesse conosciuti, quei due. Li guarda e un velo opaco gli inumidisce gli occhi.
Segue i loro movimenti. È quasi l’orario di chiusura ma due bambini cocciuti non vogliono saperne di scendere dai kart, nonostante i richiami delle madri spazientite.

Guardalo – pensa tra sé – schiantato sulla solita maledetta panchina con quella povera grassona della moglie seduta di fianco. Mi chiedo come abbia potuto sopravvivere tutti questi anni ai capricci del vecchio.

Un kart si ferma d’improvviso e le proteste del bimbo richiamano l’attenzione dei due vecchi. Lui, Henry, porge il gomito con un gesto brusco. Lei, Muriel si alza e comincia a tirarlo su. Guarda come se lo prende sotto braccio, lo accompagna, lo sostiene addirittura, mentre lui traffica con le macchinette a pedali. Poi si corregge, perché è da un pezzo che le macchinette sono diventate elettriche. Il vecchio si è saputo anche evolvere, nonostante tutto. E guardalo come si agita ora che ha lanciato a terra il bastone bianco. Il ragazzo si avvicina e lo osserva buttare le mani a casaccio in mezzo ai fili e agli ingranaggi. Ci sa ancora fare.
Dopo qualche minuto Henry si alza, dà uno scappellotto al bimbo, lo fa ripartire e quello ringrazia contento, con i vestiti sicuramente impregnati dal fumo pestilenziale del suo sigaro. Henry, con un suono gutturale fa capire alla moglie che possono tornare alla panchina. Lei è pronta a porgergli il bastone bianco che ha raccolto da terra da un pezzo. Un accesso di tosse lo blocca mentre sono a metà strada tra la pista e la panchina, pochi metri. Muriel lo sorregge guardando altrove. Quando finisce di tossire Henry sputa a terra, poi con la sua voce roca e gorgogliante intima: “forza!”, e Muriel riprendere a camminare.
Il ragazzo rimane nascosto a guardare fino a che la pazienza delle due madri finisce del tutto, gli ostinati piloti spariscono e la pista rimane vuota. I viali del parco sono attraversati da ombre che affrettano il passo cercando di precedere il buio serale. Henry, come al solito, inizia il rimessaggio delle vetture che, da sempre, vuole fare da solo. Muriel è obbligata a rimanere sulla panchina. Mentre lo osserva con apprensione non riesce a evitare di gridargli qualche indicazione: “più avanti! A destra! Ci sei! Fa attenzione!” suscitando i suoi gesti di stizza. Il bastone picchietta ossessivamente sulle vetture che, una dopo l’altra, vengono sistemate secondo un ordine marziale. Il ragazzo approfitta del momento per raggiungere Muriel. In un attimo è di fronte a lei, ancora seduta sulla panchina. La luce di un lampione appena acceso lo mette in controluce e costringe Muriel a farsi schermo con un mano per riuscire a distinguerne meglio i tratti del volto.

“Chi è? Mi spiace ma la pista è chiusa. In questa stagione chiudiamo prima, chiudiamo alle 18”, dice lei all’ombra che le si para davanti.
“Non sono venuto per le vostre macchinette. E’ da tanto che non lo faccio”.
Muriel riconosce quella voce ma esita. Un’espressione di sorpresa festosa le compare sul viso ma subito torna a guardare quell’uomo in controluce. Le sembra uno sconosciuto. Uno straniero.
“Ciao Muriel, sono io”
È davvero lui? Non sembra lui. Proprio no.
“Fallou?” chiede, quasi sperando di sbagliarsi.
“Sì Muriel, sono Fallou. Finalmente ho trovato il tempo per venirvi a trovare.”
Muriel si alza e porta avanti le braccia. Avanza così, con piccoli passi e con la braccia in avanti, le mani aperte. Quando gli è di fronte gli posa le mani sulle spalle e si sporge per baciarlo – un gesto che ha sempre fatto. Qualsiasi fosse l’altezza di Fallou, per salutarlo, lo prendeva per le spalle e lo baciava – ma quando lui si china porgendole la guancia destra, Muriel allontana di scatto il viso, quasi spaventata.
“E questa? Quando te la sei fatta crescere?”
“Da un anno, più o meno.”
“È così tanto che non ci vediamo?”
“Dall’estate dello scorso anno. Quasi un anno e mezzo… il tempo vola.”
“Già, e noi siamo sempre qui. Chissà quanto ancora resisteremo. Le cose non vanno tanto bene.”, dice lei rivolgendo lo sguardo a Henry, ancora intento a sistemare le ultime vetturette. Poi trova il coraggio e torna a baciare Fallou, che si presta controvoglia a farsi inumidire la barba dalle lacrime di Muriel.
“Caro Fallou. Parliamo spesso di te, sai? Chissà cosa sta facendo il nostro piccolo Fallou, diciamo sempre. Ma lo sappiamo che ormai sei un uomo… sei cambiato un po’, ma ti trovo bene.”, dice lei sforzandosi di ritrovare i lineamenti di Fallou, nascosti dalla folta barba e da qualcosa di più profondo che ancora non può immaginare.
“Grazie Muriel.”, dice Fallou con un sorriso mal riuscito.
Anche lui si gira verso Henry e il disagio di Muriel rimane sospeso. Cede il posto e l’attenzione a Henry. Come deve essere, d’altra parte. Henry è il centro di tutto. Ha sempre voluto esserlo; ha sempre creduto di esserlo. Un cenno di Muriel invita Fallou ad andare incontro a Henry che, terminato il rimessaggio, sta avanzando lentamente verso la panchina, fumando e biascicando tra sé qualche maledizione, all’indirizzo di chi, solo lui lo sa. Ma, questo è sicuro, Henry ha già capito chi gli sta andando incontro: sputa a terra un groppo di materia scura poi si ferma e attende.
“Fallou! Chi si vede!” – a Henry non è mai mancato uno spirito scontato e poco divertente.
“Eccomi zio Henry! Sto arrivando.”
Fallou non è stupito.

Il terzo occhio del vecchio ci ha sempre visto meglio delle due perle grigie di Muriel – perché Muriel sarà grassa, ma ha due occhi stupendi – e l’età non sembra in grado di offuscarlo.
Henry è appoggiato al bastone e ha raddrizzato il portamento, solitamente piegato in avanti. Guarda, si fa per dire, verso Fallou. Si fa per dire, ma non troppo, perché Henry non ha mai voluto nascondere quelle orbite bianche che ora puntano su Fallou, come se volessero comunque catturare la sua immagine attraverso una sorta di alchimia sensoriale messa a punto con gli anni. E Fallou sa che questa volta dovrà reggere lo sguardo bianco di Henry, lo stesso di tanti anni prima. Un po’ meno bianco forse, piuttosto giallognolo adesso, circondato sulla destra da un lembo di pelle grinzoso e lucido; ferito, bruciato. Anche allora Fallou non riusciva a smettere di fissarlo. Il vecchio diceva che era una ferita di guerra. “È successo dalle tue parti” diceva a Fallou. Ma non ne parlava volentieri. Quelle pupille bianche non intercettavano mai Fallou con precisione, e questo conferiva un tono ancora più allarmante ai suoi rimproveri. Già, perché quelli di Henry sembravano sempre rimproveri.

La prima volta che Fallou salì su una macchinetta a pedali era il luglio dell’82. Veniva a Parigi durante l’estate e stava dagli zii. Quelli veri. Sua zia lavorava all’ippodromo e al mattino lo portava con sé, gli dava un sacchetto con pane e formaggio, gli diceva: “fai attenzione e se hai bisogno prova a chiamarmi” e poi spariva fino a fine turno. Fallou non ne era dispiaciuto, anzi, prese l’abitudine di andare a zonzo in quel parco ombreggiato e invitante, il Bois de Boulogne, e presto cominciò a sperare che la zia ritardasse il più possibile. Passava intere mattinate a guardare le macchine a pedali di Henry. Fallou non aveva un soldo e quell’uomo aveva gli occhi bianchi. Un giorno il piccolo aspettò che la moglie del vecchio giostraio si allontanasse per salire su una macchina senza il gettone. C’erano altri bambini che giravano sulla pista, ma nessuno se ne sarebbe accorto, non ci fosse stata quella maledetta ansia che costrinse Fallou a guardare fisso verso la panchina sulla quale sedeva il vecchio, senza badare al percorso. Non guardava gli altri piloti che si fermavano davanti a lui e dopo appena due curve andò a sbattere contro un kart e poi contro la tavola di legno che delimitava il bordo della pista. Allora Henry si avvicinò fissando un punto vicino al suo volto, imprecando qualcosa di terribile e spalancava le pupille bianche più di quanto le orbite potessero consentirgli. “Mi ha beccato” pensò Fallou, che tuttavia non riuscì a trovare il coraggio per scappare via. Il vecchio si piegò sulla macchina continuando a borbottare, quasi come se quella avesse preso vita da sola per andare a sbattere. Henry continuò a manovrare gli ingranaggi per qualche secondo prima di alzarsi e concludere: “fa attenzione ragazzino o te la faccio pagare”. Fu allora che Fallou notò che il vecchio non aveva solo gli occhi bianchi, ma anche una inquietante ferita a una tempia. Un nodo di carne mal ricomposta che ricordava il guscio di una noce.

Fallou riprese a pedalare circospetto, quasi sperando che la macchinina scivolasse sul terreno senza alcun attrito, senza rumore. Continuò a girare fin quando la moglie arrivò a rompere l’incantesimo. Fallou si allontanò in fretta ma tornò a pedalare il giorno dopo e quello dopo ancora. Muriel cominciò ad allontanarsi con intenzione e per periodi sempre più lunghi, restando talvolta a guardare quei due da dietro una siepe del parco. Era un corteggiamento lento e perseverante. Il bambino correva sulla macchina appena Muriel voltava l’angolo e ogni giorno Henry si preoccupava che la macchina fosse disponibile e ben oliata, poi si metteva sulla panchina e lasciava che quel marmocchio gliela facesse sotto al naso. Henry tratteneva il sorriso a stento ma solo Muriel poteva saperlo. Lei si chiedeva se il marito avesse capito che tipo fosse quel ragazzino e glielo chiese.
“Chi è quel negretto?”
“Quale negretto?” Rispose lui. Muriel non era sicura se Henry fingesse di non sapere che era magrebino o se fingesse di non sapere che ogni giorno un ragazzino girava gratis sulla pista. Fatto sta che da quel giorno la coppia di vecchi giostrai del Bois de Boulogne “adottò” il negretto.

“Forza, non stare lì impalato! Vieni qui e aiutami, che si è fatto buio.” – lo rimprovera Henry.
“Sono qui!” e Fallou afferra il gomito del vecchio con forza, troppa.
“Ehi! negretto! dove hai preso tutta questa forza? Me lo vuoi staccare il braccio?”. Henry punta il ragazzo dal basso verso l’alto, ingobbito. Fallou lo guarda negli occhi vuoti e, per la prima volta, non prova soggezione né imbarazzo; prova repulsione.
“È da un anno e mezzo che non ci vieni a trovare, maledetto vagabondo. Ti sei dimenticato dei tuoi vecchi zii? Chissà quante femmine ti hanno tenuto compagnia!”.
“Lo sa che studio. Ho dovuto viaggiare molto. Per studio… niente ragazze.”
“Boh, faccio finta di crederti.”
Henry si gira, gli mette una mano dietro la nuca e lo tira a sé, per baciarlo. Il contatto con le dita callose e ingiallite dal fumo fa irrigidire Fallou, che si ritrae.
“Va bene, va bene! Non è più tempo per queste cose” dice Henry, “tra uomini ci si stringe la mano.”
Raggiungono la panchina e Henry si siede di nuovo accanto a Muriel. Deve riprendersi dalla fatica. Tossisce, sputa e stringe il bastone tra le mani con rabbia. Muriel sta per dire a Henry del cambiamento di Fallou ma lui la precede: “quella barba… dovevi proprio fartela crescere?” Si volta verso la pista, guarda la macchinetta rossa, quella preferita dal negretto, rottamata da anni insieme alle altre.
“Non mi piace per nulla. Proprio per nulla.”
Muriel capisce la delusione del marito. Anche a lei non piace per nulla la barba di Fallou.

Dimmi vecchio, che ti dice questa barba? Cosa ti ricorda la mia ispida barba maghrebina?

“È una prova, se mi stufo la taglierò… ma voi come state?”
“Ho freddo e sono stanco, ecco come sto, caro ragazzo. Henry non è più come quando l’hai conosciuto, sai? È vecchio, e stanco. E ha sete. Cominciate ad andare voi due. Io mi riposo ancora un po’ su questa maledetta panchina. Muriel! Offri tu qualcosa a Fallou e preparami da bere. Ho sete.”
È così tutte le sere. Lui rimane sulla panchina ad ansimare per un quarto d’ora da solo e lei va in roulotte e gli prepara il cognac. È così tutte le sere, ma questa è diversa.
“Io aspetto qui, zio Henry. Così l’aiuto a ritirarsi.” ha detto Fallou. Muriel quasi si vergogna ad ammetterlo ma quel ragazzo la inquieta. Quella barba, quei vestiti. Henry ha combattuto per loro, in fin dei conti. ‘L’Algerie aux algériens!’, a tutte quelle barbe e quei turbanti. E se in mezzo ai suoi occhi adesso c’è una voragine è per causa loro. “Accompagnami Fallou, se resti qui quel vecchio ti ammorberà con le sue lamentele!”
Lo prende per mano e insieme si dirigono verso l’area campeggio. Qualcosa di pesante produce un tonfo ad ogni passo. Fallou lascia la mano a Muriel e la mette in tasca; il tonfo non c’è più.

Durante l’inverno non ci sono campeggiatori, l’umidità risale dal fosso che separa il piazzale dalla strada e avvolge la roulotte in una cortina di vuoto, sul lato opposto il buio esteso ospita la Senna. Appena entra nella veranda Fallou avverte la nausea salire. Eppure quell’odore gli piaceva. Fin da quando era bambino, ogni volta che Henry gli si avvicinava, l’odore di sigaro lo precedeva e accompagnava i suoi gesti risoluti. C’era un elemento magico nella rapidità con la quale le mani di Henry aggiustavano i meccanismi dei go kart, e Fallou immaginava che l’odore di sigaro fosse un ingrediente indispensabile di quella magia.

Adesso quello stesso odore ammorba l’acrilico del divano, le tendine degli oblò, le fughe sottili del pavimento e i vestiti di Muriel, l’aria che respira e i pensieri che compone, sempre gli stessi, sempre punteggiati da piccole vergogne e silenzi prolungati. Adesso l’odore dei sigari di Henry ingombra la roulotte e la corrode dall’interno. E Fallou si chiede come faccia quella donna a respirare, come possa restare in quella scatola intossicata e sorridere ancora.
“Perché non ti fermi per cena?” Muriel sorride sempre.
“Devi raccontarci un sacco di cose, ti piace il pollo al vino?”
Fallou non mangerà il pollo e non berrà vino, ma ricambia il sorriso e risponde: “volentieri.”
Fallou osserva dalla finestra l’ombra di Henry che lenta e circospetta si profila nella nebbia. Poche decine di metri separano la roulotte dalla pista nel parco eppure sembra di essere in periferia, oppure di non essere.
“È testardo, vuol fare da solo.”
Muriel si è accorta che Fallou sta osservando il vecchio. La vita che non passa ad accudirlo la usa per scusarsi.
“E tu, dove sei stato in tutto questo tempo?”
Fallou non distoglie gli occhi dalla finestra, c’è quella cortina densa tra lui e il vecchio.
“Sono stato a Orano.”
L’ombra si staglia contro le luci di Parigi. Goffa, lenta, incombente. Lo sguardo di Muriel non è di sorpresa ma di curiosità, un dettaglio che Fallou accoglie con un sorriso ambiguo.
“In Algeria. Sono stato a trovare la mia famiglia.”
“Non stanno a Marsiglia i tuoi?”
“Sì, i miei genitori abitano a Marsiglia. In Algeria erano rimasti i miei nonni che non ho mai conosciuto.”
Muriel è turbata dalla vicinanza del ragazzo. La sua inquietudine è troppa per lo spazio angusto di quella roulotte. Anche lei guarda fuori dalla finestra aspettando il marito che di lì a poco entra nella veranda, prende la tanica di cherosene, apre il serbatoio della piccola stufetta e lo riempie. Poi collega la presa elettrica e accende sia la stufa che la radio, su France Inter, dopo le notizie comincia la partita. Henry si getta sulla poltrona e accende di nuovo il sigaro.
“Henry” lo avverte Muriel perentoria, “Fallou si ferma a cena con noi, se cominci a fumare adesso lo farai scappare.”
“Ma vuoi stare un po’ zitta! Vieni qua ragazzo, dimmi dove sei stato. C’è la partita dopo, ti piace il calcio? è l’anno di Zizou questo, gli daranno il pallone d’oro. Ti piace Zizou?
“Mi piace.”
“Dovrebbe piacerti, è algerino come te, giusto? è davvero forte. Anche lui è un teppista di Marsiglia, proprio come te. E noi ce lo facciamo portare via dagli italiani. Adesso pure il Tour de France si prendono!”

Restano in silenzio per qualche secondo, gli occhi sbarrati del vecchio guardano qualcosa che non è in quella veranda, poi scuote appena la testa e riprende:
“Sempre a studiare hai detto? E non passi mai dal Bois de Boulogne?”
“Sono stato in Algeria, sono tornato pochi giorni fa.”
Il vecchio sembra ascoltare la radio ma dopo qualche altro secondo si riprende.
“Sei andato in vacanza?”
“Diciamo così. Sono stato in giro, non ero mai tornato a Orano, dove stavano i miei nonni.”
A quel punto Muriel che sentiva a stento dal cucinotto esce dalla roulotte e interviene concitata: “hai sentito Henry? Fallou è stato in Algeria. Come si chiamava il posto dove eri tu?”
Il vecchio fissa il vuoto davanti a sé mentre Muriel sorride al ragazzo, certa di un’intuizione.
“Henry?” lo incalza.
“Orano” sussurra Henry. “Ero a Orano.”
Muriel squittisce per l’entusiasmo mentre Henry sospira e subito la rimprovera per tenerlo bloccato sulla sedia. “Sei sempre in mezzo tu” la aggredisce spingendola col bastone, “finisci di preparare questo pollo che noi ci beviamo qualcosa” dice alzandosi, ma la domanda gli esce quasi come un’implorazione.
“Tra poco ceniamo Henry, non è il momento.”
“Abbiamo ospiti Muriel, è sempre il momento, non è vero ragazzo?” Henry solleva il bastone nella direzione di Fallou con un sorriso monco e insiste “Eh ragazzo, ti ricordi? quanti giri mi hai fregato su quel kart ragazzo? Eri silenzioso come una faina, ti ricordi Muriel?”
“Datti una calmata Henry, devo andare a controllare il pollo, non è il momento adatto per un ictus.”
“Zitta iettatrice!”
Muriel rientra in roulotte con un risentimento rituale, mentre Henry si alza per prendere due bicchieri e la bottiglia di cognac, “è di quello buono, devi sentirlo.”

Fallou è fermo in un angolo della veranda, in quel punto nemmeno Muriel può vederlo. Quando era bambino si divertiva dietro gli occhi del vecchio. Il gioco che li aveva avvicinati era proseguito di anno in anno. Fallou coglieva ogni occasione per prendersi gioco di Henry e quello fingeva di buon grado di non “vedere”, di non capire. Fallou prendeva il ramo troncato di un albero e lo trasformava in un fucile, poi sfuggiva alle sensazioni del vecchio, si gettava a terra in silenzio e gli puntava l’arma alla testa. Bersaglio. Seguiva i suoi movimenti e tratteneva il sorriso mentre il vecchio lo cercava senza aprire bocca. Il silenzio era un’altra condizione naturale della loro relazione. In un muto silenzio il vecchio cercava il ragazzino e lo trovava. Chiamarlo sarebbe stata una sconfitta. Fallou sceglieva sempre gli stessi posti per rimpiattarsi e puntare il fucile, chiudeva l’occhio sinistro e acuiva il destro per mirare alla testa del vecchio. Come adesso, con la pistola in mano. Bersaglio. Henry si muove nella veranda incespicando prima nella sedia e poi nello sportello del mobile, lo apre e continua a parlare: “Fa freddo ragazzo, lo senti? Quella stufetta non scalda, puzza e basta. Ma per noi va bene così, alle nove ci chiudiamo dentro e buonanotte mondo.”

ditaLa mano di Fallou è sicura, l’obiettivo centrato. Il busto del ragazzo accompagna i passi incerti del vecchio che appoggia i due bicchieri sul tavolo, apre la bottiglia di cognac e ne versa un fiotto in ognuno, appoggia la bottiglia sul tavolo e avvita il tappo, poi prende uno dei bicchieri e lo porge a Fallou sollevandolo fino al volto. La canna, attraverso il vetro del bicchiere, punta dritto nell’occhio giallo del vecchio. Bersaglio.
“Le hanno mai sparato Henry?”
Il vecchio abbassa il bicchiere.
“Certo che mi hanno sparato ragazzo. Lo sai, in guerra.”
La porta della roulotte si apre improvvisa e Fallou nasconde l’arma nello zaino.

Muriel si affaccia e annuncia che il pollo è quasi pronto. Henry si mette di nuovo sulla poltrona mentre Fallou si siede al tavolo davanti a Muriel. Lei lo guarda ancora.
“Quanto sei cambiato ragazzo! Sono passati…quanto? Dieci anni?”
“Sedici dalla prima estate che trascorsi a Parigi. Voi invece non siete cambiati per niente.”
“Vecchi eravamo e vecchi siamo rimasti.”
Fallou sorride per non replicare, si siede al tavolo con lo zaino sulle ginocchia, tiene il bicchiere tra le dita e lo ruota fissando il liquore, poi ammicca verso Henry e provoca la loquacità di Muriel.
“Da quanto tempo lo sopporti?”
“Quello là? Quest’anno fanno trentaquattro anni, merito un premio.”
“Non mi avete mai raccontato come vi siete conosciuti.”
“Fallou ha ragione, non sa quasi nulla di noi, ci ha sempre visti qui a spingere macchinine e lamentarci.”
Muriel, a modo suo, sta chiedendo a Henry il permesso di raccontare. Parlando potrebbe far tacere la nota stonata che le risuona in testa da quando è arrivato Fallou. Cerca le parole che vorrebbe pronunciare e ricorda.

Quella notte di trentacinque anni prima, a Sainte Marie de la Mer, dopo una notte di festa, Muriel salutò la sua grande famiglia sinti baciando tutti, come sempre. “Ci vediamo il prossimo anno!” disse, come sempre, lasciando il cerchio di roulotte e camper. Poi andò alla stazione, prese un biglietto per Parigi e se ne andò, come sempre, ma per sempre. Mai più giostre e roulotte nella mia vita, pensò Muriel, mentre saliva in carrozza.
Ricorda le fatiche e le umiliazioni dei primi mesi parigini e il primo lavoro decoroso al “Foyer des Invalides”. Puliva, lavava e strofinava; si spezzava la schiena ma aveva un lavoro e poteva smettere di sentirsi la più povera, la più disgraziata e abbandonata. Ricorda quel giorno, davanti al punto di accoglienza, lei stava portando gli attrezzi in magazzino.
“Mi scusi… credevo che mi avesse vista arrivare con il carrello!”.
Lui, senza lamentarsi, rispose con un laconico “desolato”, ma poi rimase fermo in mezzo al corridoio, come se si fosse smarrito. Muriel accostò il carrello e si avvicinò all’uomo.
“Mi spiace veramente tanto, posso aiutarla? se vuole l’accompagno in ortopedia e vediamo cosa è successo”. Lui abbassò lo sguardo e lei rimase folgorata dai suoi occhi. Bianchi come una pezza in candeggina, bianchi come qualcosa che prima non era bianco ma poi lo è diventato.
“Mi aiuti solo a raccogliere il bastone” disse lui. Lei raccolse il bastone mortificata, glielo porse e lo guardò meglio. A parte gli occhi, pensava, a parte la ferita... Gli afferrò un braccio e gli disse: “sono una sciocca, lasci che l’accompagni ugualmente” e lui, in silenzio, accettò l’invito con il sorriso più sfacciato che si fosse mai concesso.
Non fu sempre tutto facile. La convivenza, gli ostacoli che incontrò lui nel cercare lavoro, la depressione sempre più cupa. Muriel ricorda quanto lui si arrabbiava dicendo che proprio lui, che avrebbe dovuto essere un decorato di guerra, era stato abbandonato. Lui che perse la vista in un’imboscata dei ribelli algerini mentre difendeva l’onore della Grande Francia. Proprio così le disse: “difendevo l’onore della Grande Francia, come voleva il generale De Gaulle”. Sosteneva di aver combattuto anche per gli algerini, non solo per i francesi, ecco cosa diceva. Che lo avevano lasciato solo e cieco.
Lei non lo lasciava solo, lei gli stava sempre accanto e lo richiamava ogni volta che lo sorprendeva a sporgersi dal Pont Neuf.
Per lui dovette tornare alle radici rinnegate: una giostra e una roulotte. Questo era quello che sapeva fare, questa era la sua vita prima e lo sarebbe stata ancora, ma insieme all’uomo che amava.

Racconterebbe tutto questo a Fallou e racconterebbe dell’ultimo dolore. Il più grande dolore. Henry era così commosso quando lei le disse di essere incinta. Ma il bambino non arrivò mai. Arrivò lui invece, arrivò Fallou.

Muriel si scuote, ricacciando indietro i ricordi e le parole per dirli. Un grugnito di Henry le fa capire che non è ancora il suo turno per parlare.
“Andiamo Henry, non c’è da vergognarsi, lo sappiamo tutti che anche lei ha un cuore!”
Muriel guarda Henry con complicità. Il disagio che aveva provato si stempera nel gioco delle parti. Henry grugnisce qualcosa e tracanna il cognac.
“Vi siete conosciuti dopo la guerra?”
“Proprio così, Muriel mi ha preso quando ero già menomato…”
“Ma cosa dici? Casomai sei tu che mi hai voluto solo perché non potevi vedermi!”
Allora Henry allunga le braccia e le afferra i fianchi, lei si divincola come una ragazzina. Vedendoli così Fallou ha il sospetto che un’ingenuità tanto cocciuta meriti il premio dell’eternità. Potrebbe uscire di soppiatto in quella parentesi di adolescenza e andarsene. Lascia scivolare in terra lo zaino. Sente tra le dita la superficie fragile e sottile di quella serenità posticcia. Si sente potente, poche parole e la potrebbe sbriciolare, insieme ai loro trentaquattro anni. Doppio bersaglio. Un brivido gli percorre la schiena.
Muriel sente di nuovo quel disagio. C’è un estraneo in casa, qualcuno che li osserva. Cerca di accorciare la distanza come può: “Fallou, come sta tua zia?”

La zia – pensa il ragazzo – non l’avessi detestata abbastanza non mi sarei legato a te e a quel disastro di tuo marito.  Quando i genitori lo lasciavano a Parigi Fallou faceva di tutto per sfuggire alla zia, una donna lunatica e intransigente, una chouafat, una medium. Nutriva una repulsione sincera per tutti i francesi con i quali pure era costretta a lavorare. Nei fine settimana la sua casa diventata un incrocio tra una moschea e un ambulatorio medico: una processione di africani le faceva visita in cerca di cure, fisiche ma soprattutto esoteriche. La televisione era malvagia, la musica era malvagia, i giochi elettronici erano malvagi e Fallou non la sopportava. Ma amava Parigi e il Bois de Boulogne.
Ora le cose sono cambiate. Adesso Fallou capiva la zia – fatta eccezione per le fatture e i malocchi – ma soprattutto capiva il percorso che dalle baracche di Orano l’avevano portata alla periferia di Parigi, costretta a chiedere il pane agli assassini del suo popolo.

“La zia sta male come sempre, un po’ come voi. Non fa che lamentarsi. Si lamenta perché non sto mai con lei e si lamenta quando sono in casa, si lamenta se studio e si lamenta se non passo gli esami. Continua a lavorare, anche lei.”
“Buon per quelli che possono smettere!”
L’esclamazione esce spontanea dalla bocca di Muriel che subito guarda il marito in cerca di rimprovero. Vuoi forse dire che bianchi o neri invecchiamo tutti? Vuoi forse dire che francesi o islamici crepiamo di fame allo stesso modo? Oppure che questo freddo puzzolente è nelle ossa di tutti?
Ma il rimprovero non arriva. Sembra che a Henry stia bene tutto, purché Fallou non parli dell’Algeria.
“Povera zia” riprende Fallou, “sono stato nel posto dove è cresciuta. Non proprio in quel posto per la verità, quel posto non esiste più. Quel paese è molto cambiato.”
I vecchi restano in silenzio.
“Avrei dovuto fermarmi soltanto per pochi giorni ma ho trovato ospitalità e nuove domande.”
“Domande?” lo interrompe Muriel. Henry ha ripreso a tirare il sigaro ed è avvolto da una nuvola di fumo, la mano appoggiata sul bracciolo trema in modo tanto evidente che sembra battere il tempo della musica che esce dalla radio. La partita sta per cominciare.
“Sì, domande. Sono partito con alcune domande ma ogni volta che trovavo una risposta un’altra domanda mi spingeva a restare.”
“Sembra una cosa misteriosa. Fallou, in cosa ti sei cacciato?”
“Delle persone mi hanno aiutato a trovare notizie della mia famiglia, ho raccolto molte testimonianze senza sapere nemmeno cosa farci. Parlavo con le persone e registravo quello che mi dicevano. Quando sono tornato ho passato giorni interi a riascoltare tutti quei racconti e alla fine mi sono convinto che li avevo registrati per questo.”
I vecchi restano in silenzio. Fallou guarda l’alcool nel bicchiere, Muriel trattiene le domande.
“Per farli sentire a voi.”
“A noi?” domanda Muriel.
“Sì, ne ho portato uno con me. Vuoi sentirlo?”
“Non adesso Muriel” interrompe Henry quasi gridando, “lascia stare il ragazzo e prepara quel benedetto pollo!”
“Non si preoccupi Henry, è una cosa breve.”
Muriel sorride e sposta gli occhi vivaci da Henry a Fallou, accetta un gioco che non sa capire, come sempre. Fallou estrae il walkman dallo zaino e lo appoggia sul tavolo in mezzo ai coniugi, in modo che possano sentire senza fatica dal piccolo altoparlante dell’apparecchio. Toglie la compilation e inserisce un nastro anonimo e spiega: “ho parlato con un reduce della guerra, un soldato che ha perso l’uso delle gambe, paralizzato. Un reduce proprio come lei Henry, ma della parte opposta”.
Fallou fa riavvolgere il nastro mentre guarda la bocca tremante del vecchio che a stento riesce trattenere il sigaro, poi schiaccia il tasto play. Si sente la voce di Fallou, distante, che conferma l’avvio della registrazione, poi una voce baritonale e rugosa, in un francese africano, racconta:

“Entravano nelle case durante la notte con la scusa delle perquisizioni. Bastava che qualcuno dicesse di averti visto a una riunione, oppure a distribuire volantini indipendentisti e ti mettevano nella lista. Se avevi una famiglia era facile beccarti.” Alcuni colpi di tosse, poi la voce riprende: “Ti minacciavano e minacciavano i tuoi cari, ti costringevano a confessare qualcosa. Soprattutto nei primi tempi. Dopo invece presero a entrare direttamente nelle case e se trovavano qualcosa – qualsiasi cosa – ti portavano dentro. Se non trovavano nulla ci mettevano qualcosa loro (un documento, un’arma, a volte anche della droga) per poterti arrestare. Se resistevi – che era quello che volevano – non andavano tanto per il sottile, se non c’erano troppi testimoni ti seccavano sul posto. Come dicono oggi? Processo per direttissima.” Ancora colpi di tosse, forse un sorriso.

“A tuo nonno è successo così, lui che indipendentista non lo era nemmeno. Un tizio del porto, uno che doveva dei soldi a tuo nonno per dei lavori, aveva fatto il suo nome a quelli dell’OAS. In quel modo si liberava di due problemi: i continui controlli sulle sue merci e il pagamento per la manodopera di tuo nonno.”

C’è un momento di pausa e un frusciare di tessuti, come se chi parla avesse preso in mano l’apparecchio per metterselo in grembo e scandire bene. Henry intanto si alza e cerca di passare ma è bloccato dalla sedia della moglie che, concentrata sulla registrazione, non si sposta di un millimetro.

La voce riprende: “Tuo nonno non era nemmeno un attivista, te l’ho detto. Lui aveva già una famiglia e non poteva permetterselo. Ma conosceva tanti di noi. Conosceva me. Lui sapeva a cosa andava incontro, avrebbe potuto salvarsi solo facendo altri nomi. Avrebbe potuto farli, avrebbe potuto fare il mio nome. Invece spedì i figli in Francia assieme a tua nonna e lui restò in casa ad aspettarli, sperando così di attirare su di sé le attenzioni. Ma tua nonna era cocciuta e fece imbarcare solo i ragazzini (tua zia all’epoca era già abbastanza grande da cavarsela e così fece) e lei se ne tornò a casa giusto in tempo per farsi arrestare e interrogare assieme al marito. A Orano c’era questo sottoufficiale dell’esercito francese che se la faceva con i pieds noir più estremisti, uno di quelli che si divertivano ad eseguire gli ordini dei generali ribelli dell’OAS. Sotto il suo comando le milizie sapevano di poter fare tutto, sapevano che qualsiasi azione sarebbe stata coperta. Di più, sarebbe stata apprezzata. I tuoi nonni finirono nelle sue mani e non sopravvissero all’interrogatorio. Misero in giro la voce che tuo nonno tentò di aggredire quel sergente. Nessuno sa come andarono davvero le cose ma dopo quella notte gli agenti non riuscirono più a beccare nessuno di noi. Li hanno ammazzati i tuoi nonni, li hanno torturati per avere altri nomi e poi li avranno tirati in qualche fossa comune. Non lo dimenticherò mai quel sergente, aveva un…/

Fallou schiaccia il pulsante e ferma la riproduzione.
I vecchi restano i silenzio.

“È una cosa terribile” riprende Muriel. Il profumo del pollo adesso supera il puzzo del cherosene. “Oddio, se non sto attenta brucia tutto!”
Mentre Muriel rientra Fallou pensa che non c’è fine alla menzogna.
Henry lo sta fissando. Senza occhi.
“Smettila adesso.”
Eccolo, quell’uomo si era nascosto da qualche parte dietro a quelle pupille bianche.
“Quando si è bruciato la tempia Henry?”
“Lo sai come è successo, in guerra, un ordigno è scoppiato proprio mentre…”
“Non parlo dei suoi occhi Henry, parlo della bruciatura sulla sua tempia. Sa Henry, per tutto questo tempo ho cercato di non capire. Ero partito per l’Algeria cercando qualcosa che poi non volevo cogliere appieno. Volevo fare come Muriel. Volevo fare come lei, Sergente Noyer. Non è così che la chiamavano?”
Il vecchio cerca di alzarsi dalla sedia ma le gambe tremanti glielo impediscono.
“Lo sa cosa dice la registrazione adesso Henry? Parla della ferita che quell’ufficiale aveva sulla tempia, “sembrava il guscio di una noce” dice, è allora che ho pensato a lei e non ho potuto cancellarmelo dalla testa.”
Lo zaino pesa su un piede di Fallou che lo solleva alzandosi dalla sedia, lo appoggia sul tavolo e apre il laccio che lo tiene chiuso. “Quando si è bruciato la tempia Henry?”
Il vecchio è girato verso l’uscita. Non verso il ragazzo e non verso la roulotte. Sono le orecchie che lo orientano, e mentre una ascolta Fallou l’altra si accerta della distanza della moglie. Non è del ferro che ha paura – capisce Fallou – ma delle parole e delle orecchie della moglie. Le pupille gialle sono umide ma lui non può piangere, si dice Fallou. Quegli occhi gialli stanno pisciando si dice, mentre mette una mano nello zaino e sposta la sciarpa, le custodie delle cassette, l’astuccio e i quaderni.
“Vattene ragazzo” dice il vecchio voltandosi di nuovo verso di lui, “ti prego. Ma che vuoi sapere? La guerra è così, capisci?”
Sposta la bottiglia d’acqua ed estrae il metallo.
“Fra un attimo me ne andrò, non si preoccupi, prima ho qualcosa per lei.”
Il vecchio si sposta davanti alla porta della roulotte con una velocità dimenticata. Tra il ragazzo e la porta, allarga le braccia.
“In questa foto che lascio sul tavolo si vede il Sergente Noyer in divisa, un bell’uomo davvero, proprio come dice Muriel. Si vede bene la mostrina della OAS sulla spalla. Una mostrina proprio uguale a questa.”
Fallou tiene fra le dita quel pezzo di ferro, poi lo lancia al vecchio e quello rimbalza sul cappotto e cade a terra. Henry segue il suono e si getta carponi tastando il pavimento, sfiora la mostrina con le dita insensibili per il freddo, è sotto la poltrona adesso, eccola, la tira fuori e gattona fino al tavolo. La foto. Dove è la foto? Il bicchiere cade e il cognac cola a terra. Questa è la bottiglia, dov’è la foto? Muriel non deve vederla. Dov’è la foto?
“Il pollo è pronto, tutti a tavola.”
“Quello non sono io, Muriel!”
“Henry, cosa fai in terra? Quello chi?”
“Quello nella foto.”
“Quale foto Henry? Non ci sono foto… dov’è Fallou?”

Io e Davide non ci siamo mai incontrati, ci siamo conosciuti per un concorso letterario online, ci siamo letti l’un l’altro, poi ci siamo raccontati alcune immagini, alcune idee. Questa era una delle sue e l’abbiamo scritta insieme.

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